I VASI DEL TEMPO

Le piaceva accarezzare il tempo,ingraziarselo col miele del fiato.
Il tempo ama chi ama il tempo.
E la regina Hatshepshut al tempo dedicava l’attenzione del pensiero:
quando l’atomo trama l’istante,la regina è lì:
sella la topografia della storia:
il suo fiato mentre fiorisce di rose allunga le dita ai pensieri:
lei siede sul trono proprio quando il sole le apre la bocca.
Ed esiste un quanto della tessitura del tempo in cui l’Uomo può catturargli la fragranza d’eterno.
E la regina Hatshepshut dal vasaio degli dèi si era fatta fare due vasi:
”Vasaio Edran! voglio che voi ci creiate due contenitori per rinchiudere il tempo:
nel primo vi albergherò tutto il tempo del mondo,e dal secondo berrò gli atomi d’eterno”…

André Che Isse

 

”Il vasaio degli dèi per l' VIII tavolinetto della regina Hatshepshut” 107x50cm,opera retroilluminata,agosto 2014

”Il vasaio degli dèi per l’ VIII tavolinetto della regina Hatshepshut” 107x50cm,opera retroilluminata,agosto 2014

I VASI D’AMORE

Si racconta che in certe notti la regina Hatshepshut potesse scorgere una seconda luna.
Erano notti profumate dalla pelle dei suoi amanti:
la regina adorava dipingerli d’olio di cedro,dalle dita dei piedi ai talloni,dai talloni ai ginocchi,dai ginocchi al ventre,al petto,alle spalle,e dal collo alle guance polite dal vento del deserto.
La fragranza della pelle così massaggiata da mani di regina si mischiava al fiato dell’eccitazione,le bocche aperte sull’incenso profuso nella camera per l’amore lasciavano la loro forma per un istante nell’aria densa,che ad un voyeur sarebbe apparsa un’alcova tappezzata da un broccato di bocche.
Si racconta che in quelle notti,congedato l’amante,la regina Hatshepshut disponesse su di un tavolinetto d’ebano antico,due vasi:
in quello più piccolo a forma di goccia travasava l’amore,mentre nel grande vaso calava la luna dal soffitto aperto:
ma non era la vera luna,che continuava ad argentare la nube d’incenso sopra il talamo,era una luna nuova sorta dal suo fiato,una luna dolce come mille datteri tra le labbra…

André Che Isse

André Che  Isse Il vasaio degli dèi per il VII tavolinetto della regina HatshepshutAndré Che Isse
”Il vasaio degli dèi per il VII tavolinetto della regina Hatshepshut”
107x50cm,opera retroilluminata,agosto 2014

…forse sognavamo,sì!,forse sognavamo prima di nascere…
perché quando si sogna non si ha la consapevolezza di essere,non c’è distanza tra pensiero e tempo.
Forse eravamo solo sogno alla deriva fuori dal cosmo,senza né spazio né tempo,senza il profumo delle stelle,senza maniche di sole,o forse solo una vela nera nella materia oscura…
Tra le vite infinite e il pensiero dalla chiomadoro,forse,solo un sogno perenne…
Bè! Spero soltanto di continuare a svegliarmi ancora e ancora e ancora:
di tingermi di fiato,e cadere dalle nubi,inzafardato di luna…

1.7.2014

Si potevano toccare le stelle,raccoglierle in un cesto,e poi ricontarle nella notte,senza
che nessuna mancasse.
Così Edran gli piaceva,sorridendo,pensare dell’anima:
”toglietele pure dal mondo,ma esse continueranno a brillare nel tempo”.
E quando argomentava sul tempo non voleva intendere la storia dell’Uomo,ma quella sorta di nastro magnetico in cui si incide il farsi,dove la tessitura dell’essere scocca lo strale di fiato tra le stelle.
Universi che esplodono nascendo mille volte mille e ancora morirne svanendo,ma in quel punto,in quel sol punto dell’infinito increato,ecco inventariato quel gesto nijinskyano in cui l’incarnato delle gote stupite della spettatrice in prima fila si polirono di una lacrima adamantina,e nulla potrà cancellare il suo ‘port de bras’ apollineo che chiuse il velario quella stessa sera.
Sebbene obliviosa la mente umana,nel ‘nastro del tempo’ tutto rimane apparecchiato;
e quando si arriverà a passeggiare nel tempo,tutto sarà ancora lì,intatto,come la prima volta,come quella prima volta che Edran raccolse le stelle dal cielo senza che esse non
continuassero a sorridergli nella notte.

10.7.2014