BUCCINATORE D’AMORE

Abito nero tagliato di luce,

aria bruciata in bianco da mille soli,

mille vite in un meriggio solo.


Ecco come potrebbe iniziare un trombettista in cuore alla notte,

improvvisando jazz sulla luce,

quella che affoca il cuore,

che s’innamora di ombre a ritmo immoto dell’essere.


Angoli di luce,

commessura di labbra,

abbacinanti come scordature a misura ebbra,

quel gaudio che solo il pensiero di uomo potrebbe indiare,

angoli dove trovarsi ubriachi d’amore;

madidi d’amore!


Abito nero in tralice al giorno,

prima pagina da romanzo:

quella che ogni volta dietro il frontispizio si leggerà antiporta per sogni.

Un sogno a ginocchi ebri;

eppure così vivido che sai che ti appartiene sul serio!

Allora sì che il sole attraverserebbe la notte come un trombettista jazz.

Un buccinatore d’amore.


Il cielo è così pieno di gote!

che potrebbe soffiarci dentro a un uomo…


André Che Isse

LA GOLA DI NEVE

Rammemoro la neve in cui silenziò Edran.

ll suo passo narrava l’esserci.

E assieme al cuore

stamburavano i talloni rotondi nell’albume.

L’impronta stampigliata lasciava nel suo guardo falotico

l’invenzione del cartiglio egizio;

firmando così l’incedere tersicoreo di Edran.

Curvare la neve danzando materiava la leggiadria;

come fa l’amore baciandosi in bocca.

E in bocca allo zenit si lasciava stivare la gola di neve;

allora forse sarebbe potuta tralucere l’anima

per luccicanza innevata.

André Che Isse

IL FILODARIANNA DI SETA

Il guardo di Edran tesseva via via al crescendo cupido
un filodarianna invisibile che avrebbe potuto dimorare l’eterno
sul dorso della seta
dove principiano i bottoni d’albume tondo del suo amore.
Ad ogni bottone la bocca dell’asola serrava stretta le labbra
come un’amante arrovesciata sul deliquio dei baci vermigli.
Il giocoforza del piacere ostese quel crepitare frusciante di seta
che stringeva il corpo al corpo delle idee.
Edran auscultava il fiato dell’amore come un collezionista di piogge
avrebbe disceverato il colore delle gocce.
Un diluvio di un solo bacio
che non staccasse le bocche per l’intera notte
avrebbe trasfigurato per sempre
il corso degli eventi ai due amanti dietro l’universo.

André Che Isse

ASSOLO D’ELITROPIO

Avrebbe preso delle piccole molecole curve,
sbucciate con l’oro del sole,
e ne avrebbe seguito le tracce coi bracci.
Allora sì che si sarebbe sentito allunare le idee,
piegare il pensiero di leggiadria,
e immergersi nel suo riso sidereo.
Più che una danza sarebbe stata:
la vita stessa!
non quella che si alza al mattino,
ma la Vita prima del mondo.
Doveva solo abbrivare l’aria,
il resto lo avrebbe inscritto in un dio.

André Che Isse

LA DENSITA’ DEL SILENZIO

Edran si muoveva tra le stanze agostane
come il primo uomo allunato.
Sebbene la ‘densità’ dell’estate avesse per lui un valore infinito,
una pienezza eudemonica,
l’assenza di gravità ai ginocchi
lo levitava.
I suoi gesti sempre ipervigili alle muse,
un movimento costantemente danzato,
come braccia snudate al sole
portavano implumi la levità dell’ala.
Ma non si sarebbe potuto descrivere come un volo,
poiché il parossismo gaudioso che gli procurava
lo inscriveva in una sciente natura umana,
dove,ben lontano dal mondo animale,
l’essere imperasse.
Ecco che allora una gemina natura,
levitante quanto intelligibile,
inaurasse Edran
come
un silenzio di meriggio agostano.

André Che Isse

EBRO D’EDRAN

Edran incedeva come un’erba materiata di calcagna.
Le sue braccia nei giardini beccheggiavano d’impero:
un impero d’alberi.
I passi di quercia illeggiadriti dalla curva dei ginocchi,
pettinavano l’estate:
quasi che l’estate stessa si fosse infilata nella cupidità di Edran
per rubargli la custodia di un dio.

Il suo pensiero spumava di fiori.

E la rugiada,sciente di madido diafano,
esondava nel suo traslucido sguardo,la commozione di sé.
Mentre le sue braccia continuavano a danzare l’archè
sulla curva di dioniso lungo l’ipotenusa apollinea.

Edran si fermò un attimo ubriaco di luna:
non era in quel mattino di luce una luna come tutte le altre:
lei,la luna,se ne stava lì sopra la vita di Edran
come avrebbe potuto un’amante nuda d’estate.
Allocchito e imparadisato da tale epifania,
Edran si accorse di sorridere:
proprio come ricordava quello stesso riso tra le labbra di un buddha;
non che si sentisse un Buddha,
ma il dono stesso di un dio.

Indiato da tale consapevolezza,
che gli piaceva chiamarla -scalza sciente-,
sulla sua pelle s’aggallava una sensazione d’eterno:
e come la sua luna,non un eterno feriale:
un guardo nell’iride d’afrodite:
come se il guscio di noce amletico (-nutshell-)
si fosse alchimiato per incantamento,
occhio stesso d’Amore.

André Che Isse

SCARTAFACCIO DI SCRIBA A FOGLI SPARSI; 1.& 2.

SCARTAFACCIO DI SCRIBA A FOGLI SPARSI; 1.

Capire che era tutto un solo luogo di piacere,un’immobile eterna istantanea:
quell’incontro tra il fiato inoculato alla radice del pensiero.
Quell’incontro inopinabile dello sfilamento di una nube con lo sguardo finalmente accorto di un passante.
Ecco,ora tutto per Edran era solo il suo palato stellato in quelle mani che poteva muovere come un dio,
o meglio: come un nessuno cosmico.

SCARTAFACCIO DI SCRIBA A FOGLI SPARSI; 2.

L’impeto gli saliva fino alla gola per poi dardeggiarne il mondo.
Forse gli bastava soltanto sapersi:
sì,quel sapore che ti avviva quando la dorsale dei pensieri attraversa l’ipotenusa del corpo:
ex abrupto!
perché non puoi mai sapere fino in fondo al pozzo delle lune:
c’è sempre quella curva dove il sorriso si ubriaca di fresco incanto.
E nell’ebbrezza degli impeti Edran dardeggiava il mondo col suo bouquet di gioia.

André Che Isse

La curva di Anha K. Rose

La curva dei fiori era per lei l’anima del mondo.

E forse qualcuno spiandole la nuca avrebbe potuto intuirlo.

Anha K. Rose si lasciava scivolare la pioggia nel dorso,come un cacciatore d’invisibilità che lanciando nel vuoto polvere colorata ne cercasse la forma nascosta.

Se qualcun’altro invece avesse potuto disseppellire la curva dall’anima,questo sarebbe stata proprio Anha.
Il suo sguardo non si fermava sulle cose,o meglio: prendeva le cose le adagiava sul tavolo degli occhi,e le apparecchiava col suo pensiero,e questo,il pensiero,si curvava per raccogliere i fiori che ogni cosa racconta.
Perché le anime,anche degli oggetti inanimati,le sentiva come si sarebbe potuto sentire un profumo,ma non era un profumo,era una curva,ma così sfuggente da non poterne avere nessuna materia.
Eppure la curva del suo sorriso faceva reclinare i fiori,arrossirli dietro i petali come piccole ali vermiglie;
come si sarebbe inginocchiato il suo amante guardandola collezionare fragili passi dietro l’aria.
Anha K. Rose avrebbe voluto sparire in una curva,ma non per abbandonare il mondo,per capirlo fino in fondo al pozzo,per nuotare là dove si raccolgono lune rotonde.

André Che Isse

EDRAN SCALZO SULLA FELICITA’

C’è un filodarianna disteso come un ponte infinito da cui si perdono gli approdi.
Edran lo attraversa scalzo nella direzione della felicità.
Anche il suo sguardo non afferra che l’eterno,l’orizzonte torno torno s’ostende la sua bocca come un dio di nebbia.
Se,come una segreta dell’animo,la nebbia è labirinto metafisico,il meriggio abbacinato di sole,pallia d’albume i talloni,così che il passo possa nel suo farsi gentile,smemorarne il retaggio,e disegnare nel Tempo l’arco del piede ulisside:
Edran si guarda freccia adamantina sul ponte di prua,mentre rimane seduto come lo Scriba del Louvre,vergandosi di poiesi.
La scrittura gli tatua la pelle inaurando il suo buco nero dI pupilla di gesta imperiose:
davanti a lui un sasso bianco piatto scaldato di sole in un letto di sabbia.
Edran lo mette in bocca per scaldare il pensiero,e albergarsi nell’impronta rimasta sulla sabbia:
adesso conosce la forma prima che s’inventasse il mondo.

André Che Isse

EDRAN & API RUNE

Edran la guardava camminare davanti a lui.
Api Rune non camminava come le belle donne,lei incedeva come un trampoliere: una gru scalza con lo sguardo perduto dove cade il mare.
La guardava curvare il tempo: gli sembrava per davvero che davanti a lei il tempo stesso si curvasse per poterla spiare lentamente,per allungarle la meta dove cade il mare.
Edran avrebbe voluto baciarla tra le scapole,tra le ali abbrunite dalle stelle,ma anche aspettare che finisse la strada,forse per salvarla quando cade il mare,o soltanto come quando dopo aver salutato un amore non confessato speri che lei si volti prima di scomparire nel giorno.
Edran amava già Api Rune,prima che lei si voltasse: l’amava perché poteva toccarle i pensieri.

André Che Isse