LA DENSITA’ DEL SILENZIO

Edran si muoveva tra le stanze agostane
come il primo uomo allunato.
Sebbene la ‘densità’ dell’estate avesse per lui un valore infinito,
una pienezza eudemonica,
l’assenza di gravità ai ginocchi
lo levitava.
I suoi gesti sempre ipervigili alle muse,
un movimento costantemente danzato,
come braccia snudate al sole
portavano implumi la levità dell’ala.
Ma non si sarebbe potuto descrivere come un volo,
poiché il parossismo gaudioso che gli procurava
lo inscriveva in una sciente natura umana,
dove,ben lontano dal mondo animale,
l’essere imperasse.
Ecco che allora una gemina natura,
levitante quanto intelligibile,
inaurasse Edran
come
un silenzio di meriggio agostano.

André Che Isse

EBRO D’EDRAN

Edran incedeva come un’erba materiata di calcagna.
Le sue braccia nei giardini beccheggiavano d’impero:
un impero d’alberi.
I passi di quercia illeggiadriti dalla curva dei ginocchi,
pettinavano l’estate:
quasi che l’estate stessa si fosse infilata nella cupidità di Edran
per rubargli la custodia di un dio.

Il suo pensiero spumava di fiori.

E la rugiada,sciente di madido diafano,
esondava nel suo traslucido sguardo,la commozione di sé.
Mentre le sue braccia continuavano a danzare l’archè
sulla curva di dioniso lungo l’ipotenusa apollinea.

Edran si fermò un attimo ubriaco di luna:
non era in quel mattino di luce una luna come tutte le altre:
lei,la luna,se ne stava lì sopra la vita di Edran
come avrebbe potuto un’amante nuda d’estate.
Allocchito e imparadisato da tale epifania,
Edran si accorse di sorridere:
proprio come ricordava quello stesso riso tra le labbra di un buddha;
non che si sentisse un Buddha,
ma il dono stesso di un dio.

Indiato da tale consapevolezza,
che gli piaceva chiamarla -scalza sciente-,
sulla sua pelle s’aggallava una sensazione d’eterno:
e come la sua luna,non un eterno feriale:
un guardo nell’iride d’afrodite:
come se il guscio di noce amletico (-nutshell-)
si fosse alchimiato per incantamento,
occhio stesso d’Amore.

André Che Isse

SCARTAFACCIO DI SCRIBA A FOGLI SPARSI; 1.& 2.

SCARTAFACCIO DI SCRIBA A FOGLI SPARSI; 1.

Capire che era tutto un solo luogo di piacere,un’immobile eterna istantanea:
quell’incontro tra il fiato inoculato alla radice del pensiero.
Quell’incontro inopinabile dello sfilamento di una nube con lo sguardo finalmente accorto di un passante.
Ecco,ora tutto per Edran era solo il suo palato stellato in quelle mani che poteva muovere come un dio,
o meglio: come un nessuno cosmico.

SCARTAFACCIO DI SCRIBA A FOGLI SPARSI; 2.

L’impeto gli saliva fino alla gola per poi dardeggiarne il mondo.
Forse gli bastava soltanto sapersi:
sì,quel sapore che ti avviva quando la dorsale dei pensieri attraversa l’ipotenusa del corpo:
ex abrupto!
perché non puoi mai sapere fino in fondo al pozzo delle lune:
c’è sempre quella curva dove il sorriso si ubriaca di fresco incanto.
E nell’ebbrezza degli impeti Edran dardeggiava il mondo col suo bouquet di gioia.

André Che Isse

La curva di Anha K. Rose

La curva dei fiori era per lei l’anima del mondo.

E forse qualcuno spiandole la nuca avrebbe potuto intuirlo.

Anha K. Rose si lasciava scivolare la pioggia nel dorso,come un cacciatore d’invisibilità che lanciando nel vuoto polvere colorata ne cercasse la forma nascosta.

Se qualcun’altro invece avesse potuto disseppellire la curva dall’anima,questo sarebbe stata proprio Anha.
Il suo sguardo non si fermava sulle cose,o meglio: prendeva le cose le adagiava sul tavolo degli occhi,e le apparecchiava col suo pensiero,e questo,il pensiero,si curvava per raccogliere i fiori che ogni cosa racconta.
Perché le anime,anche degli oggetti inanimati,le sentiva come si sarebbe potuto sentire un profumo,ma non era un profumo,era una curva,ma così sfuggente da non poterne avere nessuna materia.
Eppure la curva del suo sorriso faceva reclinare i fiori,arrossirli dietro i petali come piccole ali vermiglie;
come si sarebbe inginocchiato il suo amante guardandola collezionare fragili passi dietro l’aria.
Anha K. Rose avrebbe voluto sparire in una curva,ma non per abbandonare il mondo,per capirlo fino in fondo al pozzo,per nuotare là dove si raccolgono lune rotonde.

André Che Isse

EDRAN SCALZO SULLA FELICITA’

C’è un filodarianna disteso come un ponte infinito da cui si perdono gli approdi.
Edran lo attraversa scalzo nella direzione della felicità.
Anche il suo sguardo non afferra che l’eterno,l’orizzonte torno torno s’ostende la sua bocca come un dio di nebbia.
Se,come una segreta dell’animo,la nebbia è labirinto metafisico,il meriggio abbacinato di sole,pallia d’albume i talloni,così che il passo possa nel suo farsi gentile,smemorarne il retaggio,e disegnare nel Tempo l’arco del piede ulisside:
Edran si guarda freccia adamantina sul ponte di prua,mentre rimane seduto come lo Scriba del Louvre,vergandosi di poiesi.
La scrittura gli tatua la pelle inaurando il suo buco nero dI pupilla di gesta imperiose:
davanti a lui un sasso bianco piatto scaldato di sole in un letto di sabbia.
Edran lo mette in bocca per scaldare il pensiero,e albergarsi nell’impronta rimasta sulla sabbia:
adesso conosce la forma prima che s’inventasse il mondo.

André Che Isse

EDRAN & API RUNE

Edran la guardava camminare davanti a lui.
Api Rune non camminava come le belle donne,lei incedeva come un trampoliere: una gru scalza con lo sguardo perduto dove cade il mare.
La guardava curvare il tempo: gli sembrava per davvero che davanti a lei il tempo stesso si curvasse per poterla spiare lentamente,per allungarle la meta dove cade il mare.
Edran avrebbe voluto baciarla tra le scapole,tra le ali abbrunite dalle stelle,ma anche aspettare che finisse la strada,forse per salvarla quando cade il mare,o soltanto come quando dopo aver salutato un amore non confessato speri che lei si volti prima di scomparire nel giorno.
Edran amava già Api Rune,prima che lei si voltasse: l’amava perché poteva toccarle i pensieri.

André Che Isse

ANGELI SCALZI

Un angelo dietro una notte come tante,soffiava nell’anima di un uomo come Miles avrebbe fatto alle quattro del mattino nella sua tromba.
L’atto stesso di comunicare con l’aria,con l’invisibile,è parlare nel sogno: edificare coi sensi una storia di fumo; sedere con gli dèi senza volto,sentirli respirare lentamente,canticchiare pure,prima che il giorno colori le cose,prima che tutto ritorni ad avere un nome proprio.
C’è chi racconta di angeli riconoscibili da un suono particolare tra le due e le cinque della notte,gli stessi che nel giorno si rendono visibili ad alcuni con nomi comuni; adempiendo a due funzioni differenti:
nel profondo della notte donano l’estasi che gli dèi spalmano per creare le stelle;
durante il giorno della luce invitano soltanto,ai pochi che appaiono,a sedere al sole,come del resto fanno gli dèi…
Ma quella notte come tante,l’anima di quell’uomo si era riempita per sempre di stelle.

André Che Isse

Sir Edran his Galiard

L’affissava come chiunque avrebbe fatto di fronte ad un incantesimo.
I piedi scalzi allunati,Edran di fronte a Nausicaa,gli piaceva immensamente la doppia ‘a’ in fondo al suo nome ulisside,se ne stava ritto e ammutato come un giovane albero che ancora deve capire che non si muoverà,per sempre,da dove è nato se non con le braccia dei rami,mani invisibili che crescevano nella direzione di Nausicaa,che seduta sull’erba dell’estate,le mani a lisciarsi la lunga chioma di seta,rinasceva dagli occhi di Edran ninfa del suo desiderio eterno.
Avrebbero potuto assolarsi mille estati senza che Edran le avesse tolto l’amore del suo sguardo di un sol battito di ciglia: un Colombo che sbarcasse sulla terra così bramata ed ora immobile nell’incredulità dell’inveramento: i ginocchi nella terra del suo nome.
Seduto sul suo albero fatto di pensieri,Edran la mirava,assieme all’amore,come un astronomo che avesse appena scoperto una stella nuova,mai vista da occhio umano,la sua stella ora,perché nessuno mai si era preso cura di quel puntino lontano lontano nell’universo buio.
Da subito ne aveva riempito un taccuino pregiato,quello che da anni si tiene in serbo per l’occasione speciale,lo aveva con cura aperto alla prima pagina dandone la stura come al vino più prezioso del mondo,e con l’inchiostro più nero dell’universo aveva scritto il suo nome: Nausicaa.
Aveva scelto la sua scrittura più bella,lenta e tersicorea,musicata tra le ‘a’,e svettante da subito in quella N che saliva al cielo tracciando una linea curva sul primo foglio odoroso come il primo volo d’airone sul mondo; quando lo acquistò durante un viaggio in oriente,oltre i confini calpestabili,sentendone a prima vista l’unicità del suo compito futuro,lo aveva cosparso di cedro tra le pagine,l’essenza amorosa per Edran.
E dopo il suo nome,NAUSICAA,la sua scrittura d’attenzione entomologica si era stretta in società con l’amore:
al desiderio riddante come mille Gagliarde d’Edran,si univa lo studio dettagliato delle sue singolarità,quelle che fanno di una persona il suo DNA visibile:
come Nausicaa camminava scalza sull’erba e come invece avrebbe camminato mai sicura tra le case del mondo; come le mani sospese in una leggiadria iconico-rinascimentale magnifica divenivano a tratti scattose e iperboliche; come al suo sorriso leonardesco di madonna si alternavano smorfie deliziose da monella irrequieta da cinematografia del muto; come d’improvviso cangiava da bimba d’altalena all’uggia tenebrosa; e come riuscisse a passare da un’estrema invisibilità alla principessa del ballo,quella che entrando ammuta il cosmo tutto in un silenzio epifanico di maraviglia.

André Che Isse

INNAMORARSI PRIMA CHE NASCA IL MONDO

Si entra e si esce dai giorni ma non dall’infinito; e la prima volta che l’aveva veduta,Edran si era sentito eterno: il suo corpo sospeso al di fuori del tempo,tutto il suo pensiero chiuso in uno stupore magnifico: un’epifania che può far cambiare un cammino.

Edran aveva sempre creduto,conoscendo l’arco dei suoi piedi di danzatore come le idee icarie che dai palmi lanciava nel sole,che il suo amore più grande lo avrebbe riconosciuto a bella prima di primo sguardo:  non si sarebbe trattato di un coup de foudre ma di una consapevolezza increata,come se quegli occhi amorosi fossero nati insieme all’universo e più che un’antica separazione dell’androgino aristofanèo-platonico,una vera agnizione da teatro del mondo.

Il suo corpo sospeso si era poi adagiato,rientrando nel tempo,in un talamo d’ulisside adamantino,radicato per sempre nella consapevolezza di un amore che avrebbe potuto apparecchiarsi di dèi.

André Che Isse

TRE FIORI DI LOTO SACRO IMPARADISATI SOTTO LA LUNA

CAPITOLO I

La sua chioma lucente cioccolato della notte si stagliava dalla federa nera per realità,era così vera da far impallidire i sogni quelli creduti reali,vivida fronde nata dietro la luna.
Edran poteva raccogliere intere notti a guardarla luccicare:
lui sentiva il fondo dei suoi occhi chiusi dal sonno come mille giardini d’estate,
la inseguiva tra i fiori di loto sacro,come fosse una regina dell’antico egitto scolpita nella pietra del suo folle amore.
E Nausicaa dormiva.

La scena potrebbe essere pensata dallo scrittore nel suo letto nero,una zattera dietro l’universo:
dove il pensiero è l’universo stesso,o forse dove scavallano le anime libere dal corpo.

Edran spesso si domanda nel cesto dei suoi stupori dove vada Nausicaa mentre lui la guarda dormire:
”Dove sei mio amore? quali luoghi stai albergando mentre ti vorrei baciare la nuca fino ad affogarne le nari?”

Ma anche quelll’attesa di nascita amorosa,l’alba di Nausicaa,colorava il cuore di Edran come le gote di un monello che per la prima volta salisse sull’albero più alto della sua estate più incantevole.

Qui,ora,un dio o meglio un angelo potrebbe avvoltolare le due teste d’amanti in una seta oltremare,stretti in un fiato osmotico di cedro.

André Che Isse

André Che Isse 3 fiori di loto imparadisati sotto la luna

André Che Isse
”3 fiori di loto sacro imparadisati sotto la luna”
150x40cm
opera retroilluminata
gennaio 2016