CULLE DI LUCE CURVATA

prima che io nascessi pensiero arcato dal cuore del mondo
non avevo idee bastevoli a curvare il braccio
ma forse ero già stato nell’arco di ulisse in culle di luce curvata

l’estate disossa la luce
le pietre pensano al sole
e il silenzio frinisce in oro

l’idea di materia è pari al peso spostato dal guardo
che l’asse del cosmo àncora l’aire del mondo
così che il proprio gomito sia azimut nudo per stelle scienti

c’è un solo sentiero per galassia ad ogni iride ignuda
ma mille gighe a talloni scalzi in girotondo di nubi
ed io amo stare dietro l’universo perché si vedono tutte le strade alluminate

André Che Isse

LA DENSITA’ DEL SILENZIO

Edran si muoveva tra le stanze agostane
come il primo uomo allunato.
Sebbene la ‘densità’ dell’estate avesse per lui un valore infinito,
una pienezza eudemonica,
l’assenza di gravità ai ginocchi
lo levitava.
I suoi gesti sempre ipervigili alle muse,
un movimento costantemente danzato,
come braccia snudate al sole
portavano implumi la levità dell’ala.
Ma non si sarebbe potuto descrivere come un volo,
poiché il parossismo gaudioso che gli procurava
lo inscriveva in una sciente natura umana,
dove,ben lontano dal mondo animale,
l’essere imperasse.
Ecco che allora una gemina natura,
levitante quanto intelligibile,
inaurasse Edran
come
un silenzio di meriggio agostano.

André Che Isse

L’ORTO DI GIGLI

un uomo lancia nel vuoto cose
tiene i pensieri in tasca
mentre le cose cadono mute,idee nascono al sole

ci sono così tanti vaniloqui nel mondo da non accorgersi del vuoto esiziale prodotto
ma edifica romito l’ulisside la mappa che non c’era prima

attraverso la densità del sole
d’estate
come un biscotto nel miele

e ho un orto di gigli nel cuore che quando sorride ne raccolgo le prime mele del mondo
e sotto un albero di gote pettino la curva della notte

allora ogni gesto s’inaura
dita come madonne di crivelli
illeggiadrite sulle labbra umettate di luna

eccomi amore! ho in mano una stella che m’incendia le ali nel dorso!
grandi ali di fuoco per arrivare nel cuore del sole

hai mai visto la notte dal cuore del sole?
è come te!
un orto di gigli

André Che Isse

RIDDO EBBRO

vedo cadere la neve d’estate
mi nevica addosso
l’odore candente dei suoi occhi

a bocca schiusa spumo vapore di cuore ardente
potrebbe essere il mattino di una sola notte eterna
e invece è l’alba di ogni attimo innamorato di esserlo

riddo ebbro di vendemmia icaria
quella che raccoglie l’estasi ubriaca di sé
l’Uno commosso di densità molecolare

prima fu coda per comete poi di cavallo tersicoreo
ed io la pettino come si pettina un dio
ma come si pettina un dio se non in girotondi di filidarianna di sole?!

André Che Isse

PELLE DI POESIA

disteso nel silenzio dei fiori
m’innamoro

dell’aria che entra ed esce dai miei pensieri
e gonfia l’essere come vela d’uccello

dell’estate che mi cammina scalza in bocca
e dove l’eterno è nudo

del frinire muto di nubi
che trama d’albume la chiomazzurra gentile nell’iride sciente

e di questo silenzio adamantino sui ginocchi
che solo un dio avrebbe potuto vestire

steso come lini al sole e dita infilate in compostiere di neve
danzo ebbro inzafardato d’amore

André Che Isse