LA PIEGA BAROCCA DELL’ESTASI

LA PIEGA BAROCCA DELL’ESTASI

il silenzio dell’estate è l’estasi dell’uomo ebro
c’è una commozione gaudiosa in un meriggio scalzo
un silenzio materiato di elisii
dove la sostanza eudemonica è silenzio del sole

se prendo l’eterno e ne seggo in mezzo
non avrò ancora più di un giorno?!
un giorno lungo tutto il tempo del mondo!
col guardo che curvi il silenzio in elisio

non pensa forse un fiore in pelle di silenzio?!
un silenzio nato dietro a increspatura d’universo
una piega barocca dell’estasi
ove silente radiazione di fondo sia frinire di un dio

André Che Isse

LE MACCHINE PER I FUOCHI D’ARTIFICIO

quando danzo la curva del gomito sul palmo ormeggio angoli di stella
così che i bracci possano impollinare il mondo a levità ebra

voglio misurare il mondo in curve d’eterno coi diti inazzurrati nel miele!
perché ho un’iride allunata mentre l’altra è nel cuore

ho sentito rinascenza infiarmi i bracci ogni volta d’icario arrovesciato
che invece di cadere a terra leva l’ala dietro a luna

ecco allora che allungando il fiato posso seminarci la curva dei fiori
l’erbario elisio dietro l’universo scalzo

ho costruito il labirinto per trovarmi
la machina eudemonica è ad arco ulisside

la notte ha più ali che stelle perché il pensiero curva i desideri allunati
ed io ho costruito la mia machina eudemonica come lionardo le sue

André Che Isse

La Curva Ebra dell’Haiku, studio secondo

André Che Isse

“La Curva Ebra dell’Haiku,
studio secondo”

77×77 cm

tempera nera da muro su foglio A4 di carta velina invecchiata,
matita nera,nastro carta,vernice lucida finale,
blu cielo da vetro
su misto cotone

maggio 2019

OPERA RETROILLUMINATA

I GINOCCHI DA TAGLIAMARE SCALZI

ausculto i ginocchi prodieri curvare l’aria prima del mondo
<<danzo per curvare la leggiadria!>>

ma cos’è il giorno dell’uomo se non uno scampolo d’eterno?!
l’eterno stesso è l’argento sciente dell’attimo!

le dita nel barattolo delle curve fino in fondo
come l’idea dietro l’universo curvi l’elisio per sé

dove finisce l’universo saranno i ginocchi per primi a farne <<tana!>>
ma una danza ancora prima di tornare indietro in controluce di stelle

mille capogiri d’universo,mille gaudi in arcioni,due gote d’amore
prima di svaporare d’eterno come argento di fumo

se cammino la leggiadria è perché la coltivo in erbari
le mani sugli occhi per vedere la notte curvarsi d’amore

André Che Isse

La Curva Ebra dell’Haiku, studio primo

André Che Isse

“La Curva Ebra dell’Haiku,
studio primo”

77×77 cm

tempera nera da muro su foglio A4 di carta velina invecchiata,
matita nera,nastro carta,vernice lucida finale
su misto cotone

maggio 2019

OPERA RETROILLUMINATA

L’ORGOGLIO DEL SOLE

invento ogni momento
come fosse il primo guardo d’universo scalzo
siamo fatti da miliardi di anni
eppure curviamo l’aria ad ogni passo diversamente

abbiamo le parole tante quant’i grani d’aréna del mondo
dovremmo sederci in spiaggia che iscrive il nome nostro
e costruire il castello che le accolga per amarle amarle fino alla fine dei libri
fino all’ultimo fiato vermiglio

ho rubato un dardo di sole attraverso un calamo ignudo
e vi ho appoggiato le labbra alla luce
per baciare il desiderio istesso in sesso di sole
ma di notte il sole sogna d’esser omo dai mille capogiri d’amore

André Che Isse

LA CURVA EBRA DELL’ESSERE

se allungo il fiato posso curvare l’essere per massa d’amore
sono uno sciamano eudemonico che conosce la curva ebra dell’essere

c’è qualcosa tra l’increspatura della pelle e la curvatura di pensiero sciente
più lieve d’un fiato gaudioso ma di massa pari a 12 universi in filodarianna scalzo

ho preso un haiku nutrito col miele e lanciato nel cuore del sole per abbrunirmi la pelle
e ora seggo la curva del meriggio a ginocchi in oro ignudo

il gomito delle idee ha lo stesso angolo di stella gialla in nuce
mentre il tempo sono tutti i nostri pensieri in fila per uno

ecco,esiste un silenzio fuori dal mondo foriero del mondo
più vicino alla felicità quanto più lontano dagli dèi

allora se tolgo gli dèi e l’universo posso danzare il primo giorno del mondo:
stendo il braccio per inventare l’orizzonte poi lo curvo per sedermi d’amore

André Che Isse

LA COLTURA DEL QUOTIDIANO ETERNO

ecco,metto in fila le nubi come un poeta le parole per arcarle con gesti levi
per infilarle nelle ore,nel cuore dell’istante vermiglio

c’è un momento della notte che entra in dorso di dioniso come punto di fuga rinascimentale
dove tutta la vita d’un uomo s’accuccia per distillarne l’ebbrezza in silenzio barocco

ti dirò cosa ho fatto della mia vita:
un solo momento eterno!

ma non so dire se infilo le dita nelle stelle o ne conto le punte in guardo
come un passionario d’angol’inaurati che conosce dove abbronza l’eterno

ho un erbario per accogliere la prima goccia di pioggia che tocchi terra
chissà se la prima ora del mondo sia stata madida altrettale in fiore

certo è il mio stupore che attraversa 12 universi in un gesto curvo
una curva piegata d’estasi: la curva ebra dell’essere

André Che Isse

ASSOLO D’ELITROPIO

Avrebbe preso delle piccole molecole curve,
sbucciate con l’oro del sole,
e ne avrebbe seguito le tracce coi bracci.
Allora sì che si sarebbe sentito allunare le idee,
piegare il pensiero di leggiadria,
e immergersi nel suo riso sidereo.
Più che una danza sarebbe stata:
la vita stessa!
non quella che si alza al mattino,
ma la Vita prima del mondo.
Doveva solo abbrivare l’aria,
il resto lo avrebbe inscritto in un dio.

André Che Isse

LA POETICA DESOSSIRIBONUCLEICA

che cos’è il mio verso poetico se non un arto del pensiero
il riso stesso dell’anima e la velocità della luce immota nell’iride
la piega barocca in cui s’accuccia l’eterno
la mia curva di leggiadria

c’è una stella che per girarle intorno ci vorrebbero 1000 anni in aereo
e il pensiero quanto è lungo?
lo si può distendere fino a dove nacque l’universo?
2000 volte il diametro del sole per un filodarianna di sola andata ne sarà bastevole?

avevo vent’anni e qualcuno mi chiese cosa sapessi di più
ricordo solo che presi una pausa per fare due conti:
«di me stesso!»
ed ero appena salito su quell’aereo dei 1000 anni

principiai poetando di non conoscere angeli
«ma qualcuno mi soffia nelle scarpe!»
così che danzando scalzo potessi vederne il fiato:
l’aura brumosa dell’ala

e capii presto dove trovare la curva eudemonica
là dove si nasce increati a se stessi
mentre stropiccio le mani come mi nascesse una stella dai palmi
o forse è solo il ricordo prima del mondo

ma ogni giorno volito ebro in pozzi d’alice per raccogliere i miei quanti sul fondo
come monadi di pensiero sui ciliegi
come tuffatore icario in fragole scienti
che all’ala ho snudato il mio dorso d’arciere

André Che Isse