BARRENDO SUITA’ SCALZA

raccolgo fiori non per i vasi

per pettinare la luna

fantasiarne sesso di stelle in gonne a pieghe

*

narrami dove finisce l’universo!

il chiosco barocco prima del nulla

i baci mai dati dietro l’universo vermiglio

*

follemente innamorato dentro la luna

ho auscultato vaporare il fiato che materiava le nubi

e barrendo suità scalza ho inventato il mio nome d’arciere

*

così che mirando l’ali il cielo stivasse il pensiero di fiori d’argento

curvando d’inchiostro i bracci di nijinsky sul muro giallo di proust

così ho inzafardato d’ebbrezza baudelairiana l’archè dedaleo

*

André Che Isse

L’OPPIO DEL CIELO

ogni volta che cado in cielo mi trapassa e in fiato mi nutre
nudo in seta di nube d’estate con bocca distesa di pioggia
ecco come principio la veglia delle stelle l’estasi del giorno
una passacaglia di risa ordite stupore a talloni ignudi dorati

ebro d’azzurro
monaco icario
guglia di sole
curva d’amore

c’è così tanto pensiero nei sogni da farne curve di lapislazzuli macinato
poi marinate con cura in oppio indiato d’arcione scalzo in erbario sciente
e solo allora la massa del guardo sarà pari alla sua eudemonia curvata
perché il cielo contiene solo curve ad arco d’ulisse per il dorso alato

André Che Isse