LA CURVA EBRA DELL’ESSERE

se allungo il fiato posso curvare l’essere per massa d’amore
sono uno sciamano eudemonico che conosce la curva ebra dell’essere

c’è qualcosa tra l’increspatura della pelle e la curvatura di pensiero sciente
più lieve d’un fiato gaudioso ma di massa pari a 12 universi in filodarianna scalzo

ho preso un haiku nutrito col miele e lanciato nel cuore del sole per abbrunirmi la pelle
e ora seggo la curva del meriggio a ginocchi in oro ignudo

il gomito delle idee ha lo stesso angolo di stella gialla in nuce
mentre il tempo sono tutti i nostri pensieri in fila per uno

ecco,esiste un silenzio fuori dal mondo foriero del mondo
più vicino alla felicità quanto più lontano dagli dèi

allora se tolgo gli dèi e l’universo posso danzare il primo giorno del mondo:
stendo il braccio per inventare l’orizzonte poi lo curvo per sedermi d’amore

André Che Isse

I GINOCCHI NELL’ORO

non è forse il sole bracci di fuoco danzanti?!
come i miei ginocchi igniti ad angolo di stella
allora ch’io possa danzarmi acceso ridde di fari alessandrini!

così che la materia dell’aria si curvi leggiadra al passare dell’esserci
monade per tutte le curve eudemoniche inaurate
carezza al fiato sciente per zangolatori ebri

hai mai ascoltato la bocca stendersi per sorridere?
è come aratura di comete
lentamente, ma più veloce della luce nel diamante dell’iride!

cos’è questo mio poetarsi addosso?
non è forse già eternità indossabile?!
è il sole invece del sangue!

André Che Isse

LA CURVA DEI FIORI

se allungo il respiro il fiato mi batte la curva della nuca
esondandomi a leggiadria i pensieri inaurati

c’è la-misura-sciente-dell’anima che curva l’eterno
come s’arca il guardo affatturato dai fiori vermigli

da piccolo avrei desiderato diventare il più folle eccentrico
poi arrivò il mio turno di essere-e-basta

ecco allora ostendersi una vita che non ha bisogno di narrarsi
è il cucito stesso dei fiori la curva eudemonica

il mondo ha già inventato tutto ma non quello che può essere il tuo dna!
se soffio sull’entropia posso giungere all’inizio del mondo

ma cos’è che conta veramente per sé se non la velocità della luce immota nell’iride
e poi m’innamoro di poiesi ogni volta che si danzi i ginocchi scalzi scienti sui meli

André Che Isse

L’OPPIO DEL CIELO

ogni volta che cado in cielo mi trapassa e in fiato mi nutre
nudo in seta di nube d’estate con bocca distesa di pioggia
ecco come principio la veglia delle stelle l’estasi del giorno
una passacaglia di risa ordite stupore a talloni ignudi dorati

ebro d’azzurro
monaco icario
guglia di sole
curva d’amore

c’è così tanto pensiero nei sogni da farne curve di lapislazzuli macinato
poi marinate con cura in oppio indiato d’arcione scalzo in erbario sciente
e solo allora la massa del guardo sarà pari alla sua eudemonia curvata
perché il cielo contiene solo curve ad arco d’ulisse per il dorso alato

André Che Isse

EBRO D’EDRAN

Edran incedeva come un’erba materiata di calcagna.
Le sue braccia nei giardini beccheggiavano d’impero:
un impero d’alberi.
I passi di quercia illeggiadriti dalla curva dei ginocchi,
pettinavano l’estate:
quasi che l’estate stessa si fosse infilata nella cupidità di Edran
per rubargli la custodia di un dio.

Il suo pensiero spumava di fiori.

E la rugiada,sciente di madido diafano,
esondava nel suo traslucido sguardo,la commozione di sé.
Mentre le sue braccia continuavano a danzare l’archè
sulla curva di dioniso lungo l’ipotenusa apollinea.

Edran si fermò un attimo ubriaco di luna:
non era in quel mattino di luce una luna come tutte le altre:
lei,la luna,se ne stava lì sopra la vita di Edran
come avrebbe potuto un’amante nuda d’estate.
Allocchito e imparadisato da tale epifania,
Edran si accorse di sorridere:
proprio come ricordava quello stesso riso tra le labbra di un buddha;
non che si sentisse un Buddha,
ma il dono stesso di un dio.

Indiato da tale consapevolezza,
che gli piaceva chiamarla -scalza sciente-,
sulla sua pelle s’aggallava una sensazione d’eterno:
e come la sua luna,non un eterno feriale:
un guardo nell’iride d’afrodite:
come se il guscio di noce amletico (-nutshell-)
si fosse alchimiato per incantamento,
occhio stesso d’Amore.

André Che Isse

DANZO LA CURVA CHE UNISCE GLI ANGOLI

mi confondo d’aria beccheggiando l’ostensorio di ginocchi lievi come idee
così sono diventato ala d’onfalo scettrata scalza

e mi materio di commozione per quelle piccole molecole di ciel’ignudi
che mi nevicano addosso primi giorni del mondo in giorni qualunque

qui c’è da capire poco per volta il miracolo lumeggiato di sole
afferrabile come criniera di fuoco tra il nostro guardo allocchito

dovremmo vivere per caricare nuovi angoli sulle stelle
perché loro prime leggono strade quando sono ancora soltanto vapore pensato

ed io danzo la curva che unisce gli angoli all’ipotenusa eudemonica
con la stessa sostanza aurorale che mi fu di amante

ma i bambini non cadono nella luna
ecco perché le stringo forte l’albume come fragola grande sul ramo

André Che Isse