ACQUARTIERATO D’AMORE

infilo il gomito nel desiderio sparso di molecole
arcando il polso per accogliere una piccola curva di leggiadria

forse quando cerco il gomito è toccare con mano l’angolo del mondo
e auscultare la direzione di una stella fino alla tana in fondo all’infinito

sto in piedi come un guardo alessandrino scalzo e la chioma in arcioni
mentre alchimio l’esserc’ignudo in eclittiche a filodarianna ebro

così i cerchi nel dorso di rembrandt saranno le mie orbite dietro l’universo
nonché la scala elicoidale che investe l’anima sciente d’al’inaurate

ho tolto tutto il narrabile solo per l’angolo di ginocchi gaudioso
e ne ho annodato i palmi alle dite barocche come sciamano amoroso

allora non mi muoverò dalla luna fino all’ultima radiazione cosmica di fondo
perché sono follemente innamorato d’ogni fiato d’argento che m’alberga

André Che Isse

LA POETICA DESOSSIRIBONUCLEICA

che cos’è il mio verso poetico se non un arto del pensiero
il riso stesso dell’anima e la velocità della luce immota nell’iride
la piega barocca in cui s’accuccia l’eterno
la mia curva di leggiadria

c’è una stella che per girarle intorno ci vorrebbero 1000 anni in aereo
e il pensiero quanto è lungo?
lo si può distendere fino a dove nacque l’universo?
2000 volte il diametro del sole per un filodarianna di sola andata ne sarà bastevole?

avevo vent’anni e qualcuno mi chiese cosa sapessi di più
ricordo solo che presi una pausa per fare due conti:
«di me stesso!»
ed ero appena salito su quell’aereo dei 1000 anni

principiai poetando di non conoscere angeli
«ma qualcuno mi soffia nelle scarpe!»
così che danzando scalzo potessi vederne il fiato:
l’aura brumosa dell’ala

e capii presto dove trovare la curva eudemonica
là dove si nasce increati a se stessi
mentre stropiccio le mani come mi nascesse una stella dai palmi
o forse è solo il ricordo prima del mondo

ma ogni giorno volito ebro in pozzi d’alice per raccogliere i miei quanti sul fondo
come monadi di pensiero sui ciliegi
come tuffatore icario in fragole scienti
che all’ala ho snudato il mio dorso d’arciere

André Che Isse

LA CURVA DEI FIORI

se allungo il respiro il fiato mi batte la curva della nuca
esondandomi a leggiadria i pensieri inaurati

c’è la-misura-sciente-dell’anima che curva l’eterno
come s’arca il guardo affatturato dai fiori vermigli

da piccolo avrei desiderato diventare il più folle eccentrico
poi arrivò il mio turno di essere-e-basta

ecco allora ostendersi una vita che non ha bisogno di narrarsi
è il cucito stesso dei fiori la curva eudemonica

il mondo ha già inventato tutto ma non quello che può essere il tuo dna!
se soffio sull’entropia posso giungere all’inizio del mondo

ma cos’è che conta veramente per sé se non la velocità della luce immota nell’iride
e poi m’innamoro di poiesi ogni volta che si danzi i ginocchi scalzi scienti sui meli

André Che Isse

L’ALA NEI CERCHI DI REMBRANDT

danzo per transustanziarmi l’anima
così che si possa ostendere la materia oscura
geometrizzandone la curva dell’universo

ho rallentato nel rincasare in modo che la neve potesse illeggiadrirmi tutta la vita
non solo dal giorno dopo ma già da quella trascorsa
così che tra l’arco del palato e la curvatura dei pensieri inaurati
in cui ricevevo la nevicata come ospite amorosa all’alcova
un unico gesto piegasse l’eterno a rientranza
proprio dove acciambellarsi per sempre

è necessario escire da ogni struttura per accedere al proprio dna
il dorso senz’ali vola meglio!
allora dietro un multiverso metterò la camicia allindata più bella

André Che Isse

LA CURVA DI LEVITA’ NEL DORSO DELL’UNIVERSO

tutti i sentieri della notte sono distesi nel pensiero di una rosa
e l’amore batte le mani nella curva del cinabro

percorro la luccicanza delle idee col mio filodarianna desossiribonucleico
ha la curva della grazia così come principiò dall’iride dove alberga scalza

qui la qualità del silenzio transverbera nuda la curva dell’atomo
tanto ch’io ti possa sussurrar nel guardo la fragranza del tuo riso

tra la pelle e l’anima c’è il dorso dell’universo
ha la curva della levità e il sorriso dell’essere

ho danzato nelle stanze del vento agli apogei di ziqqurat ebri
e ho puntato i gomiti nelle nubi come vele illeggiadrite d’albume

ma quando disegno un danzatore disegno la curvatura del mio pensiero
là dove i ginocchi per primi curvano lo spazio abbrivando il tempo sciente

André Che Isse

DIONISO SCALZO

è il guardo che spettina gli alberi o tutto è già accaduto?
bracci ciliegi garrendo arrossano il cielo e io m’innamoro senza fare nulla

nel mio corpo alberga l’ipotenusa d’eterno
millanta quadrivi ebri senza soluzione di continuo eudemonico
una rampa di lancio per dioniso scalzo

se sbuccio l’atomo in fiato una segreta elisia m’ostende l’elica gemina
là ove il punto di fuga quantico s’inveri gaudioso in seno

allora m’immio come apneista allunato
aedo per linfa!
così che tracce orbitali pensate siano mollica siderea

tanto che seguendo i miei gesti perdersi in amore dalle stelle rincaserei di fuoco
e il mio nome elettivo transverberebbe la mia danza in curva di fiore

André Che Isse

-note a piè di stelle-

Scrivere solo per le stelle,o meglio,delle stelle,
è per me scrivere della mia stessa essenza,
della stessa materia che ci creò,
della stessa cagione che mi stupefa il guardo commosso di luna.

Vivere civili adduce a obliarne il retaggio,
così che nella lestezza del contemporaneo,
l’afferrabilità della ‘mela’ non sia la stessa della Conoscenza,
ma neppure della ‘Bellezza’;
sarebbe invece quella letea di sé (eteronoma),
per ‘oliare la machina’ civile,
come ‘rematori di galea’ inscienti.

Gli Astronomi & gli Artisti & i Poeti hanno il ‘lusso del Vero’:
noi possiamo,
se pur ‘perambulando ai negozi’,
materiare ‘l’ipotenusa del fiato’ con l’originaria polvere di stelle.

Del resto,
-sappiate!-
che il ‘vettore’ eudemonico
(LA FELICITA’)
non passa mai corrivamente
(al più potrebbe essere labile entusiasmo);
è necessario disseppellirlo dal proprio DNA,
lo stesso delle stelle.

André Che Isse

LA MOLECOLA DEL GUARDO

ho volato prima che imparassi a fare ali
ed ora il mio dorso s’appoggia dietro l’universo
proprio dove principia il fuoco delle stelle

posso vedere la luccicanza delle idee saltare come delfini
tesserla di filidarianna tra ginocchi d’oro sui meli
e danzare l’amore come fosse molecola d’ossigeno

apro le braccia per imbandirti il guardo dorato
albeggiando le tue risa scettrate di seta fin dove s’ignudi l’eterno
così d’affogarmi nel piacere scalzo in otri d’iridi nascenti

guardai il mondo per tesserlo col dna nel tascapane ebro
scelsi i ciliegi che hanno lune per nòccioli
e la bocca subitamente madida vermiglia stivata argento

André Che Isse

TETRHAIKU BAROCCO

oh dolce è il viaggio che rimane nel letto!
appena sopra un sogno
quel tanto che basti a perambularne l’erbe

ho in petto un serraglio emozionale di fuoco!
i talloni sull’eclittica dionisiaca
mentre invero un trancio d’eterno scalzo

magnifico è tenersi il pensiero addosso
come un’amante da cui non si possa toglierne il guardo
un pensiero materiato di sciente desossiribonucleico

4 miliardi e mezzo di anni per nascere
100 milioni di anni il primo giorno di pioggia
una frazione di secondo per morire

André Che Isse

FILIDARIANNA FRATTALI

devo stare dove s’incontrano il guardo di luna e la curva dell’ali
proprio dove nacque l’universo sulle dita inzafardate di miele

così che in arcioni le risa di sole io stamburi su roseti barocchi
tanto che il fiato prenda misura d’eclittica torno le gote amarasche

chi sono io se non scampolo maraviglioso d’eterno?!
e infilarsi scalzo l’ipotenusa d’infinito è dissetare il mare con un calice d’argento

ma non riesco a smemorarmi auriga di doppia elica nucleica da quando la disseppellii
fu come trovarsi gli dèi a tavola con le dita conserte in marmellate ignude

e allora gratugiai le nubi per divorarne il cielo com’entropia d’agnoli tubicini in giudizio
che clangendo lapislazzuli tra le gote, d’ogni atomo fan di naute bolle cinesi lanterne

eccomi chiomoso adunque su ori di guardo pettinato da prima neve del mondo
ne seguo l’impronta di gomito come strale d’arco ulisside che perfori l’universo

André Che Isse