I. Ausculto sotto la pelle luminarie d’atomi ebri
II. C’è chi accompagna e chi invece è della stessa sostanza dell’altro
III. Dal gene all’idea l’arte per contrappunto d’ipseità
IV. Stupefare il mondo può essere euforico ma stupefare se stessi è estatico
V. Ognidove il guardo brami esserci per sé, curverà madido d’essere
VI. E se la curva di fiato coltivasse 12 lune potrebbe piegare l’eterno coll’ali
VII. L’elisio è nelle tasche scalze dell’esserci sciente
VIII. E la filigrana del silenzio consertata nel sole ha la stessa sostanza del cogito
IX. Così come il suo gomito archi l’attimo per illeggiadrirne l’eterno ad angolo ebro
X. Che dunque s’edifichi la casa senza radici ma col pensiero aurato soltanto!
XI. E suità sarà danzare la curva dei bracci come gemina elica siderea
XII. Eccomi allora alacre d’esserci, ferace dorso d’icario d’alato
urlai dentro il mio guscio di noce così forte di gioia
che subito il soffitto si albergò di stelle
la luce gialla raccolta donò il pensiero ai girasoli di van gogh
così che le braccia distese al sole fossero erbario sciente
sedere nel mezzo dell’eden non è forse già per nascita?!
non c’è bisogno di raggiungere gauguin alla fine del mondo
anche il Barocco può essere minimale con solo 12 pieghe curvate da guardo lunare
come la tua gonna di cotone blu fino alle caviglie con 12 pieghe rette in amido
così seggo il mio quadrivio nel mezzo come un dio ebro:
là dove cade il mare,là dove nevicano stelle,là dove si distende il meriggio al sole,
là dove i baci confondono i pensieri in bocca
proprio quando l’amore come una luna rossa gigante appaia dietro l’iride
se tolgo il narrabile e nasco nel nero la carne si curva in arcangelo
e i bracci su tela transustanziano dioniso in calice
ho scelto la notte per morderti l’ali mentre dipingevi il tuo dorso nell’oro
abboccati di sole assieme per 12 curve d’auriga
e ora mentre stendo l’albume coi diti tracanno la tua giga ebra
affatturandomi vernice dietro la tua luna negra
quante volte ancora urlerò il tuo nome affogato su tela!
squarciando i tetti col gladio quel tanto da farne eiaculare il sole
proprio quando danzo ancora i tuoi ginocchi di cristo nel cesto del sepolcro
come fossero i tuoi pennelli capolvolti a inciderne l’universo
ma al centro del palco attendo la tua lama nadirale di luce per nascere
così che io principi il mondo per essere, mentre tu mi sorridi barocco dalla quinta oscura