“There are artists who paint. There are artists who sculpt. And then there are artists like André Che Isse who dance inside matter. A dance master before becoming a visual artist, André carries every step, every suspension, every breath of the body into his works. His creations are born from choreography and transformed into form: dance is not just inspiration it is structure, inner rhythm, a living trace on the surface. His figures emerge like gentle presences, crossed by a light that does not merely illuminate it reveals. Thanks to backlighting, every nuance, every touch, every vibration of the artist’s hand becomes visible, almost spiritual. In that moment, the artwork speaks directly to the soul. And when the light fades, something poetic happens. The forms change skin. They become silent bas-reliefs, memories of movement. The lines grow more intimate, more secret. What remains are bodies and gestures like imprints left by a dance just completed.
We are truly grateful, at Art Universe, to welcome André into our larger vision. An artist able to merge visual expression and the art of movement into a language that is unique, sensitive, deeply human. Very soon we will meet his work at our L’arte Universe Gallery in Galleria in Sassuolo and in Montecarlo, continuing this beautiful journey together. Welcome André. May this new adventure be made of light, motion, and shared emotion.”
Tomaso Neri (probiviro per LART UNIVERSE & DALI’ UNIVERSE)
LÀ DOVE DANZA LA FELICITÀ per l’arte di André Che Isse
di Gian Ruggero Manzoni
*
“Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da molto tempo sembrava morto, anche se non lo era ancora del tutto, si svegli, si animi ricevendo il celeste nutrimento che gli è così recato. Un istante affrancato dall’ordine del tempo ha ricreato in noi, perché lo si avverta, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo. […]
Quindi dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici,
sono gli affascinanti giardinieri che fanno fiorire la nostra anima. […]
La mia destinazione non è più un luogo, ma un nuovo modo di vedere.
Del resto il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre,
ma nell’avere nuovi occhi.”
(Marcel Proust) * “Dipingo per ‘miracolare’ la Bellezza.
Scrivo per l’imperiosità d’Essere.
Danzo per ostendere l’Esserci.” (André Che Isse) * “L’arte in genere ha il potere di indirizzare la nostra umanità dove è più necessaria.”
(Gian Ruggero Manzoni) *
Molti hanno descritto la danza come “poesia in movimento”.
Entrambe, poesia e danza, più la pittura,
possono essere pratiche molto personali e private,
qualcosa che aiuta a elaborare sé stessi, ad elaborare la propria storia,
per poi venire proposte anche in pubblico, qualora lo si reputi giusto,
in modo da risultare utili anche all’altrui investigazione inerente il proprio animo profondo. Su una scala più ampia,
sia la danza sia la scrittura sia la pittura
sono perciò i modi in cui André cerca di dare un senso alla propria vita,
al prossimo, al mondo e al funzionamento dell’universo. Oggi, come all’inizio del secolo scorso,
l’artista visivo e il poeta non sono più semplici collaboratori del coreografo
o di colui o colei che danza,
bensì il loro fare risulta “opera” anche a sé stante
e può venire collocata quale istallazione in uno spazio espositivo,
oppure può dare vita a una raccolta di poesie o a un racconto.
Più nulla quindi è disgiunto
allorquando si tende ad elevare il proprio spirito al di là di spazio e tempo.
Molto significativa, in questa dimensione dell’essere in arte,
la poesia titolata “La danza del pittore” di Nina De Angelis, giovane artista belga:
“Questo è ciò che avviene in officina, di fronte al foglio, attorno allo strumento.
Ecco cosa fa il corpo al servizio del dipinto: danza.
Si lascia abitare dal movimento, attraversato da una corrente
dalla rivolta alla pacificazione senza distinzione.
La danza sarà come una nota di intenti per il dipinto successivo. Oltre la parola o l’idea
devi essere fermo e flessibile allo stesso tempo,
denso e danzante. Lascia che il corpo ricordi ciò che ha imparato, lascia che il corpo suggerisca nuovi gesti.
La mano fa danzare l’utensile e l’inchiostro sulla superficie della carta.
La carta fa danzare l’inchiostro contro la superficie del pennello.
Un po’ più in alto una mano si lascia fare.
Un po’ più in alto ancora il resto del corpo impara a seguire il movimento che si inventa,
davanti a lui
quindi gli occhi si nutrono di scoperta e contrasto.
Ora puoi respirare”.
* Per André Che Isse, pittore, danzatore, poeta,
il corpo viene spesso usato per descrivere la capacità di elevarsi dalle cosiddette genetiche di base,
come il camminare o il sedersi,
e a condurti in espressioni non utilitaristiche.
Del resto ciò che viene definito “comportamento sensato e pratico”
non offre con chiarezza l’idea che l’umanità sia in grado di possedere un potenziale strabiliante
in tutti gli ambiti dell’espressione, come invece ha. L’arte può mostrarci in modo incontrovertibile
che siamo capaci di molto più di quanto avessimo mai immaginato,
e che quindi possiamo essere più di quanto avessimo mai creduto.
André dice, facendo il verso al grande filosofo francese Pierre Teilhard de Chardin,
che non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale,
bensì siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana. Il “paradosso” di una disciplina umana come la danza è che facilita uno stato di trascendenza attraverso un rigoroso affidamento a elementi molto pragmatici:
armonia psico-naturale e azione, che peraltro sono le stesse virtù associate alla gestione della ricerca scientifica,
oppure componenti portanti molte vie di pensiero di matrice orientale. Un altro filosofo e sociologo francese, Émile Durkheim, coniò il termine “homo duplex”
per descrivere le due colonne fondamentali che sostengono l’essere umano:
il profano e il sacro.
Egli credeva che noi usassimo la componente trascendentale, tipica del mondo religioso,
per tentare di elevarci e sacralizzare la nostra mente e il nostro corpo
così da eclissare, nel mistico, le tendenze e gli interessi definiti “bassi” in essi contenuti,
cioè quelle caratteristiche tipiche del profano… se non del “bestiale”.
Tale idea di “homo duplex” spesso la si ritrova anche in arte,
oltre che in ambito psicologico o meditativo,
in modo che praticando le discipline espressive si possa giungere a toccare,
se non a oltrepassare, i cosiddetti “cieli alchemici della virtù”,
in modo da poterci ricongiungere con “l’energia madre”…
con la nostra origine…
simbolo di purezza e di estrema felicità. La danza, in tale processo,
risulta la quintessenza della riconciliazione tra corpo astrale ed energia dei primordi,
trasformando colui che la pratica in veicolo di trasmissione
dal “buio” del non sapere alla “luce” donata dalla piena consapevolezza di sé
e dalla completa conoscenza del cosmo che ci contiene, e che conteniamo. Le dinamiche creative di André Che Isse si muovono su questa linea,
trasformando i linguaggi che pratica in un unicum che risulta ricettore di tutti gli opposti.
I suoi corpi ovalizzati dal ballo,
i suoi vasi,
le piante di papiro,
i fiori di loto,
sostenuti da una retroluminosità
che li rende levitanti dalla superficie che fa loro da sfondo,
quindi il canapo che dà risalto ai contorni delle forme o ne delinea le configurazioni,
si fondono con le poesie
e
con i “cartigli”
(una sorta di “alfabeto magico”)
da lui disegnati…
simboli che dal suo corpo, su cui sono tatuati,
scivolano sulle tele,
rinforzando le sinergie e la interdisciplinarietà
che lega in toto la sua opera,
così da “rendere
familiare l’insolito,
e insolito il familiare”,
come avrebbero potuto dire gli appartenenti al Movimento Formalista Russo quali Vladimir Jakovlevič Propp, Viktor Borisovič Šklovskij e Vsevolod Vjačeslavovič. Come ben sappiamo la radice greca di poesia significa “creatore”,
il che rende i poeti più che semplici artisti:
sono i primi cercatori di significato.
Mentre scrivono, codificano verità complesse in rigidi formati retorici,
ma senza necessariamente rifuggire dall’ambiguità.
Una poesia ben scritta esamina il mondo da vicino,
cercando di vederlo per la prima volta.
Tutto il resto
– la carica emotiva, il piacere lirico, persino il piacere intellettuale –
è secondario.
Il poeta ungherese George Szirtes ha affermato:
“Nessuno legge una poesia per scoprire cosa succede nell’ultimo verso;
gli individui la leggono per l’esperienza di attraversarla”;
e così disse il poeta americano Stanley Jasspon Kunitz:
“Le poesie sono i racconti delle storie delle anime”…
ed è appunto dell’anima di André Che Isse che stiamo parlando,
di quel suo investigarla, cullarla, liberarla,
rendendola inizio e fine (contemporaneamente) di ogni possibilità del fare;
inoltre di quel suo darle voce, immagine, movimento,
in una persistente connessione che induce da un lato all’intimità,
mentre, dall’altro, la pone in costante contatto con l’umanità intera,
come primo mezzo di comunicazione con i restanti,
per quindi renderla quale appartenenza al coro di coloro che ancora credono alla verità
e all’involucro che la contiene,
cioè la “mondata comprensione”…
scudo e arma contro ogni possibile ipocrisia. Così è l’arte di André Che Isse:
sincera e degna di visione e di ascolto…
quindi un fare dell’onestà, quale manifestazione intangibile di verità e bellezza,
e ancor di più quando la misura del successo artistico
è un’aspirazione al tempo stesso enormemente coraggiosa
e sempre più difficile in una cultura fissata su vaghi parametri esteriori
come il mercato e le mode,
ma il nostro artista ci riesce, avendo il talento dalla sua e la forza di essere sempre sé stesso. Del resto l’autenticità in ambito espressivo non è una questione di volontà,
o quale scelta morale tra onestà e disonestà,
bensì la capacità di dirsi eludendo artifici, trucchi, malizie,
in modo da affidarsi a doni quali l’immediata comprensione e la franchezza psicologica,
l’intuito e la capacità di analizzare i propri simili,
spogliandoli di strutture e sovrastrutture,
dando così immagine degli stessi nella loro forma primordiale
le corps de l’artiste rejoint l’œuvre en le sublimant.
La corde qui noue et borde les articulations sur la toile évoque
un danseur à la peau à la fois douce et écorchée,
très troublant paradoxe.”
Isabelle Floch
*
Sous la direction du Maestro Giosuè Deriu
“Celui qui marche, danse ou tournoie sur une corde à quelques mètres du sol n’est pas un funambule.
Que le fil soit tendu, lâche, rebondissant ou libre, on l’appelle danseur sur corde.”
Philippe Petit
Dans l’œuvre d’André Che Isse,
on marche sur un fil, traversant les ombres et lumières de l’artiste,
un jeu d’équilibres où danse, peinture et poésie s’enlacent et se délient, pour mieux se retrouver,
tel un syndrome de Stockholm ou une pièce de Pina Bausch.
L’ethos grec, la philosophie occidentale, la discipline orientale et la passion humaine
convergent dans l’élégante hermétique des nombres.
La vie du poète, peintre et danseur tourne sur elle-même sans conflits,
transformant la polyvalence en force :
des langages multiples s’unissent pour exprimer une seule et même idée.
Ses œuvres, apparemment simples à première vue,
cachent pourtant une richesse de concepts et racontent des histoires profondes.
Ce livret explore le cheminement artistique d’André Che Isse,
à travers techniques et thématiques,
où une corde – fil conducteur – unit ses trois triptyques.
Chaque œuvre, rétroéclairée, vit une double existence :
celle de la lumière naturelle et celle d’une lumière intérieure.
La corde, minutieusement cousue sur la toile de coton,
dessine les silhouettes comme un trait épais et vibrant,
entre rouille et vernis de verre, caressé par un crayon.
Derrière chaque toile, l’artiste révèle l’ossature de l’image :
la continuité du fil sur lequel il danse, sans jamais perdre la logique et la fluidité de sa création.
Le titre, parfois synesthésique, dévoile l’œuvre :
une main sur un visage, le détail d’un dos,
la splendeur immobile d’un vase, ou encore
– comme dans la première pièce, pilier de ce livret –
l’exemple d’une magie où le geste fait naître une fleur.
*
“J’ai eu le plaisir et la chance de marcher sur le fil avec André. Il m’a conduit dans des lieux spéciaux, ancestraux, où le temps n’est qu’un concept vain et où les émotions sont en équilibre. Dans les petites tables, j’ai vu l’expression ultime de la danse ; dans les Danseurs, une évidente immobilité. Tout cela m’a passionné, éveillant cette sensation intime que les philosophes appellent émerveillement.” Giosuè Deriu
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A cura del Maestro Giosuè Deriu
“Chi cammina, danza o volteggia su una corda a qualche metro da terra non è un funambolo.
Che il suo filo sia teso, lento, molleggiato o completamente libero, viene chiamato ballerino sulla corda.”
Philippe Petit
Nell’opera di André Che Isse si cammina sopra una fune,
attraversando ombre e luci dell’operato dell’artista, un gioco di equilibri,
dove danza, pittura e poesia si abbracciano e si lasciano per poi riabbracciarsi,
come una sindrome di Stoccolma, o uno spettacolo di Pina Bausch.
L’Ethos greco, la filosofia occidentale, la disciplina orientale e la passione umana
s’incontrano nella raffinata ermetica dei numeri.
Il vissuto del poeta, pittore e danzatore ruota su se stesso senza conflittualità,
riuscendo a fare della versatilità una forza,
dove molteplici linguaggi collaborano per esprimere gli stessi significati.
Infatti le opere, a primo impatto di facile lettura, celano molteplici concetti e raccontano storie.
Il percorso di questo libretto esplora la principale produzione artistica di André Che Isse,
per tecnica e temi, dove una corda, come filo logico, unisce i tre trittici.
Infatti le opere, tutte retroilluminate, presentano una doppia vita,
quella di illuminazione naturale e quella di luce propria.
La corda, cucita meticolosamente sopra il cotone,
sagoma i soggetti come fosse un tratto spesso e materico di colore,
un tocco di ruggine, le carezze di una vernice da vetro, una linea di matita.
Dietro le tele, è svelato lo scheletro di ogni immagine,
la continuità del filo, sopra il quale l’artista danza senza mai perdere la logica e continuità della creazione.
Il titolo, che a volte verte alla sinestesia, spiega l’opera:
una mano sul viso, il particolare di un dorso, la spettacolare staticità dei vasi e soprattutto,
come nella prima opera che funge da perno di questo libretto,
l’esempio di magia, dove, attraverso il gesto, si può far nascere un fiore.
*
“Ho avuto il piacere e la fortuna di passeggiare sulla corda con André,
mi ha portato in posti speciali e ancestrali,
dove il tempo è solo un concetto inutile e i sentimenti sono in equilibrio.
Nei Tavolinetti ho visto la massima espressione della danza
Philippe Petit nel suo “Trattato di Funambolismo” dice:
Chi cammina, danza o volteggia su una corda a qualche metro da terra non è un funambolo. Che
il suo filo sia teso, lento, molleggiato o completamente libero, viene chiamato ballerino sulla
corda.
Nell’opera di André Che Isse è facile sentirsi come il funambolo Philippe Petit, si cammina sopra
una fune, sospesi nell’ebrezza del vasto operato di un artista, in una sindrome di Stoccolma tra
danza, pittura e poesia.
Infatti questo percorso può essere vissuto come una corda tesa a pochi centimetri da terra sopra
la quale chiunque può provare a compiere qualche passo, così per gioco, altrimenti, per
approfondire carpendo il più profondo dei significati è necessario essere funamboli, pronti a
passeggiare nel vuoto.
Non sono corde tese quelle di André, ma sagacemente adagiate, fermate da spago come filo del
discorso ed illuminate dall’ispirazione.
L’artista cammina sopra un cavo di cultura ed esperienza, dove l’Ethos greco, la filosofia
occidentale, la disciplina orientale e la passione umana si incontrano nella raffinatezza della
matematica, cara agli egizi, dove i numeri possono acquisire qualsiasi significato e ogni
significato può essere espresso in codici.
Nell’operato dell’artista ci si può perdere e ritrovarsi più volte data la vastità delle nozioni,
concetti ed informazioni che traspaiono dalle sue opere, il vissuto del poeta, pittore e danzatore
inevitabilmente ruota su se stesso cercando un rapporto che non divenga conflittuale, quindi in
un titolo si può incontrare una poesia e all’interno di essa una nozione storica, un neologismo, un
passo di danza, un’espressione algebrica. Infatti non è semplice fare della versatilità una forza, è
facile ridondare nell’ esprimere un concetto utilizzando più linguaggi contemporaneamente, allo
stesso tempo è necessario provarci soprattutto quando questa espressione fa parte di un
percorso ricco e versatile, che non si vuole lasciare fine a se stesso, piuttosto condividerlo col
prossimo, cercando con la complessità di rendere la semplicità, così l’intento di André Che Isse
con le sue opere, a primo impatto di facile lettura, delicate, moderne, affini al design e agli
oggetti d’arredo ma che celano molteplici significati, raccontano storie.
Infatti nella lettura analitica delle opere ritroviamo l’incontro di vari materiali utilizzati per
esprimere concetti diversi, ne La Gilda di Dioniso per 4 Danzatori Scalzi degli Dei la tempera
rappresenta un palcoscenico, sopra il quale i corpi dei danzatori si muovono come corde nell’aria
di cotone, sorretti nel retro da trama e ordito (quasi ad evocare il filo di Arianna dell’esistenza, quindi il labirinto espresso dalla Geranos, la danza che rievoca i labirinti), uniti nella ruggine come
una gilda del passato, il tutto retroilluminato, a rappresentare l’aspetto magico, divino, dionisiaco,
che si manifesta concretamente attraverso la danza, non a caso infatti le figure sono quattro, ad
esprimere il senso pratico, il mondo fisico, la concretezza delle idee.
I Canopi Trascendentali per l’Eterno Ritorno di Zarathustra così come i Danzatori hanno simili
materiali, si aggiunge l’utilizzo della matita a sposare l’Egitto con l’esistenzialismo, sino ad
arrivare alle Machine Eudemoniche e La Curva Ebra dell’Haiku, nelle quali cambiano i numeri, dal
quattro si passa ad una veste orientale dove il poema pittorico viene scandito in tre versi e la
rude corda si trasforma in delicata carta velina. Il tutto reso attraverso un elaborato studio di
soggetto, materiale, composizione, concetto e resa finale.
Piero della Francesca, Salvador Dalì, l’AI che riproduce i quadri di Jackson Pollock, questi e molti
altri gli esempi di rapporto tra arte e matematica. Un artista è vincolato tra ciò che vuole
esprimere, ciò che può realizzare attraverso la propria arte, l’interpretazione dello spettatore e
l’effettiva magia del risultato finale. Un’opera d’arte è l’elevazione dell’artigianato, l’artigiano è
colui che costruisce oggetti non di serie, costruire significa ideare ed eseguire, ideare è l’attività
esercitata dalla mente nel prendere coscienza del sé, il sé è la caverna di Zarathustra e nelle
caverne i primi tra gli uomini sentirono la necessità di incidere le loro gesta attraverso la
realizzazione di graffiti.
André Che Isse non è il primo tra gli uomini, ma nelle sue opere ricerca la stessa ancestralità, con
il rigore del metodo scientifico abbinato ad un senso religioso, dove la fede è per ciò che si sente
nel tessere i fili della propria esistenza. Infatti l’artista sente il libero arbitrio dell’arte, sa che il
suo operato sarà sempre limitato dall’arte stessa, ma comunque vede la propria caverna e da
questa vuole uscire come nel mito di Platone, perché grazie alle caverne è più semplice
apprendere il concetto di luce, la luce delle idee.
*
“Finché il vento dei nostri pensieri, più violento di quello dell’equilibrio, tornerà presto a far
volteggiare verso le nubi questa piuma così sensibile.”
Il pensiero e i muscoli di un danzatore hanno attraversato lo spazio per tramutarsi in oggetto altro, in rappresentazione di quel legame tra corpo e mente capace di accendere o spegnere un’emozione come schiacciando l’interruttore della luce.
Il lavoro di Andrè Che Isse è il risultato di due percorsi artistici diversi: danza e pittura. Entrambi convivono in lui e nella tela, dove traspone la sua visione del corpo e rappresenta la condizione umana.
“Ho creato una danza di immagini pittoriche – dice Andrè Che Isse – ricercando nella plasticità del corpo e nel disegno geometrico degli arti. Dopo 16 anni di danza ho sentito la necessità di fissare il pensiero sulla tela. Trovai una tecnica che rappresentasse il tono muscolare del corpo: corda cucita su tessuto intelaiato, che mi permettesse di rivelare la plasticità coreografica nella sua materia, nel suo geometrico perimetro di filo”.Continua a leggere →