E forse qualcuno spiandole la nuca avrebbe potuto intuirlo.
Anha K. Rose si lasciava scivolare la pioggia nel dorso,come un cacciatore d’invisibilità che lanciando nel vuoto polvere colorata ne cercasse la forma nascosta.
E forse qualcuno spiandole la nuca avrebbe potuto intuirlo.
Anha K. Rose si lasciava scivolare la pioggia nel dorso,come un cacciatore d’invisibilità che lanciando nel vuoto polvere colorata ne cercasse la forma nascosta.
voglio tenere in mano le parole come le tenessi in bocca
crescerle come il fiore regalato da un dio o quello che mi regalasti per il sorriso
voglio sapere come vestirmi nudo per l’amore che mi attraversa di neutrini
e raccogliere tutti i miei pezzi esplosi di piacere in un cesto da giardino
voglio gridare nel cerchio delle mie braccia per caderci ebro sciente
come fosse la mia invenzione della ruota e la neve che risale alle stelle
voglio sedermi scalzo sui legni antichi del portico e innamorarmi di pioggia
e inscriverla nel silenzio come grado zero di suono madido
voglio albergarmi in un atomo e perdere i giorni affogato d’eterno
infilarmi nel pozzo di alice raccogliere lune e notomizzare gli dèi
voglio danzare per te fino alla fine del mondo senza soluzione di sguardo
toccare tana tornare indietro e ricominciare a baciarti,ecco!
André Che Isse
ebbi poi l’ali di caravaggio quelle d’amore
guardando la materia dei suoi corpi ascoltai le mie mani riempirsi vere
e mentre già la vita correva sapiente di dioniso
si amicava pregna densa come spalacando d’occhi dentro la terra
ah quanto è soave d’orgie l’antico che dà forma a pandora
tanto poi che ora se ne potrebbe curvare la creta come pensieri
ecco io vengo a voi vestito a pieghe e scalzo come barocco e stilite
madido ebbro sull’ipotenusa apollinea
perché se non posso non appoltronarmi con gli dèi è pure a sorgere
quell’amore che fa dell’acqua aere nuda ammusata alle gote
siate dunque moderni quanto il tempo che si curva di piacere
linee rette dove può cadere il mare quanto sorgere la piega ranciata di sole
André Che Isse
vorrei essere un angelo solo per soffiare nella tuba sperticata
quella diritta come l’orizzonte dove cade il mare
e allungare il fiato alla luna così che possa pettinarmi la chioma
mentre danzo di fuoco la bocca di mille bolle di loto
vorrei infilarmi nello spazio vuoto tra le stelle come maniche da notte
per vestire i pensieri di materia dietro l’universo
così da guardare dove nacque l’amore tanto quanto affogai nei tuoi occhi
perché nulla ha principio senza innamorarsi follemente
il primo tallone sul ginocchio ulisside edificò l’imago ostensa
ma pure il triangolo dove crescere le fragole
quell’isola arrossata di fiato in cui mi lordo ebbro sciente
il catino di molecole innamorate in cui verso la brocca dei pensieri
André Che Isse
ti guardo cercare parole come funghi sulla luna
le tieni tra le mani come uova al mercato
una tenerezza sobria misura il tuo passo
che non si sa più se esistano ancora gli angoli
perché te ne rimani soltanto su una linea ebbra a matita scalza
con eclettici talloni senza un motivo a parte parole da tenersi in bocca
come quando provi a tenere in bocca la cioccolata senza morderla
così le parole tra le labbra si sciolgono per baciarti i pensieri
e te ne vai ora con un cesto di parole nel cuore da nessuna parte
che non sia il tuo fiato dionisiaco su ginocchi d’iride
quando mi guardo poeta sono appena nato
e mi stupisco infinitamente di essere un cesto d’amore
André Che Isse
aspetto la neve per camminarci dentro
e obliarmi in giardini di carta
immagina una bocca di nero di china
soffiata sulla prima neve del mondo
un segno che incarna un gesto
come un pensiero che cammina nella neve
e uno sfrigolare di gonne sopra i ginocchi femminei
come il fiato della neve tra talloni crepitanti di seta
aspetto la notte della neve per uscire dai sogni
e infilarmi nel silenzio che frigge il suo albume
per tatuare la neve di passi
e farla sognare di pensiero
André Che Isse
André Che Isse
fogli sparsi di gesto scalzo di nero; IV.
2005
ho danzato a un passo dalle nubi prima che le dita toccassero angoli di luna
prima di cadere in dodecaedri poietici di sapone
ho fatto di me un vasaio perfetto per gl’imparadisati stiliti
per chi non serve a nulla se non a spingere l’universo
per chi sale sugli alberi come salisse sul suo dorso
e per chi s’affoga tra le scapole tatuate d’amore
ho preso i pensieri come rodin la creta
per lordarmi d’eterno ad ogni atomo ad ogni tuo sorriso
e ti ho pettinata di poesia e inventato la pioggia nel tempo inverso
e asserpolato di chioma il mio sguardo al tuo giallo van gogh
ed ora ho un tascapane di sassi in albume di luna
ci giocolo come fossero le tue gote rinascenti di sapone
André Che Isse
ho sognato un giglio che profumava la neve prima di cadere
e l’aria tra i fiocchi girava impazzita d’amore
come un cuore grande più delle case più grande della luna
un cuore che si potesse tenere tra le labbra
immagina ora mani impazzite d’ebbrezza nel sorriso di leonardo
un danzatore di dioniso nella curva apollinea di un’idea
la scaturigine nietzschiana sul filodarianna ulisside
la tua bocca dischiusa che attende l’unico bacio che salverà l’eterno
ecco quando di fronte alla vita la vorresti possedere come l’amante perfetta
e ti ci ritrovi penetrato appieno nel suo sesso d’aria
allora non servono dèi ma solo ginocchi da mettersi in bocca
da masticare la luna nel latte e gonfiare la pancia per sentire la curva del mondo
André Che Isse
C’è un filodarianna disteso come un ponte infinito da cui si perdono gli approdi.
Edran lo attraversa scalzo nella direzione della felicità.
Anche il suo sguardo non afferra che l’eterno,l’orizzonte torno torno s’ostende la sua bocca come un dio di nebbia.
Se,come una segreta dell’animo,la nebbia è labirinto metafisico,il meriggio abbacinato di sole,pallia d’albume i talloni,così che il passo possa nel suo farsi gentile,smemorarne il retaggio,e disegnare nel Tempo l’arco del piede ulisside:
Edran si guarda freccia adamantina sul ponte di prua,mentre rimane seduto come lo Scriba del Louvre,vergandosi di poiesi.
La scrittura gli tatua la pelle inaurando il suo buco nero dI pupilla di gesta imperiose:
davanti a lui un sasso bianco piatto scaldato di sole in un letto di sabbia.
Edran lo mette in bocca per scaldare il pensiero,e albergarsi nell’impronta rimasta sulla sabbia:
adesso conosce la forma prima che s’inventasse il mondo.
André Che Isse
diafana come acqua che corre su pietra l’idea nutre la felicità dell’universo
e poi oscura la notte annodando labirinti come cravatte agli angoli del pensiero
non è forse già d’uomo togliersi il fiato mentre inventa il mondo?!
ecco perché danzo mèta di nubi allacciando ai polsi il suo limitare di pizzo
forse nacque dioniso solo per stupirsi crescere la chioma nel dorso
ed io ho percorso le gote dell’alba per ammusarmi al pensiero
togliendo le stelle dai sogni per rimetterle nell’universo ma l’universo intero nei sogni
quelli che posso amare da sveglio quando aprendo i palmi li trovo madidi d’idee
come lacrime custodi ai sensi del mondo per commozione di nuche d’amanti
quando posso pensare che penso come amore sciente d’ardore
quanto luce che guarda se stessa nascersi freccia di prua nell’universo
eccomi ora dentro il lungo respiro che genera i mondi guardandomi danzare
André Che Isse