il corpo: LA DANZA
la mente: LA SCRITTURA
l’anima: LA PITTURA
Creo per vedermi l’alma!
per inverarLa, incarnarLa:
perché possano vederLa le stelle.
Come un michelagnolo che tolga materia
per disoccultare la forma dalla sua segreta:
così creare è per me togliere il reale per il Vero.
Sentii la necessità di fissarne il pensiero sulla tela.
Trovai una tecnica che rappresentasse il tono muscolare del corpo:
corda cucita su tessuto intelaiato,
che mi permettesse di rilevare la plasticità coreografica nella sua materia
e nel suo geometrico perimetro di filo.
Un filo d’arianna che annoda e tesse la mia danza alla tela.
PLASTICITA’
come gesto teurgico;
GEOMETRIA
come prima costruzione del mondo;
MATERIA
come corpo d’Uomo.
*
La luce posta dietro alla tela disvelò l’anima,
manifestando il ‘labirinto’ dell’Artefice.
*
André Che Isse
*
Entrambe, poesia e danza, più la pittura,
possono essere pratiche molto personali e private,
qualcosa che aiuta a elaborare sé stessi, ad elaborare la propria storia,
per poi venire proposte anche in pubblico, qualora lo si reputi giusto,
in modo da risultare utili anche all’altrui investigazione inerente il proprio animo profondo.
Su una scala più ampia,
sia la danza sia la scrittura sia la pittura
sono perciò i modi in cui André cerca di dare un senso alla propria vita,
al prossimo, al mondo e al funzionamento dell’universo.
Oggi, come all’inizio del secolo scorso,
l’artista visivo e il poeta non sono più semplici collaboratori del coreografo
o di colui o colei che danza,
bensì il loro fare risulta “opera” anche a sé stante
e può venire collocata quale istallazione in uno spazio espositivo,
oppure può dare vita a una raccolta di poesie o a un racconto.
Più nulla quindi è disgiunto
allorquando si tende ad elevare il proprio spirito al di là di spazio e tempo.
[…]
André dice, facendo il verso al grande filosofo francese Pierre Teilhard de Chardin,
che non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale,
bensì siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana.
Il “paradosso” di una disciplina umana come la danza è che facilita uno stato di trascendenza
attraverso un rigoroso affidamento a elementi molto pragmatici:
armonia psico-naturale e azione,
che peraltro sono le stesse virtù associate alla gestione della ricerca scientifica,
oppure componenti portanti molte vie di pensiero di matrice orientale.
[…]
La danza, in tale processo,
risulta la quintessenza della riconciliazione tra corpo astrale ed energia dei primordi,
trasformando colui che la pratica in veicolo di trasmissione
dal “buio” del non sapere alla “luce” donata dalla piena consapevolezza di sé
e dalla completa conoscenza del cosmo che ci contiene, e che conteniamo.
Le dinamiche creative di André Che Isse si muovono su questa linea,
trasformando i linguaggi che pratica in un unicum che risulta ricettore di tutti gli opposti.
I suoi corpi ovalizzati dal ballo,
i suoi vasi,
le piante di papiro,
i fiori di loto,
sostenuti da una retroluminosità
che li rende levitanti dalla superficie che fa loro da sfondo,
quindi il canapo che dà risalto ai contorni delle forme o ne delinea le configurazioni,
si fondono con le poesie
e
con i “cartigli”
(una sorta di “alfabeto magico”)
da lui disegnati…
simboli che dal suo corpo, su cui sono tatuati,
scivolano sulle tele,
rinforzando le sinergie e la interdisciplinarietà
che lega in toto la sua opera,
così da “rendere
familiare l’insolito,
e
insolito il familiare”
[…]
e così disse il poeta americano Stanley Jasspon Kunitz:
“Le poesie sono i racconti delle storie delle anime”…
ed è appunto dell’anima di André Che Isse che stiamo parlando,
di quel suo investigarla, cullarla, liberarla,
rendendola inizio e fine (contemporaneamente) di ogni possibilità del fare;
inoltre di quel suo darle voce, immagine, movimento,
in una persistente connessione che induce da un lato all’intimità,
mentre, dall’altro, la pone in costante contatto con l’umanità intera,
come primo mezzo di comunicazione con i restanti,
per quindi renderla quale appartenenza al coro di coloro che ancora credono alla verità
e all’involucro che la contiene,
cioè la “mondata comprensione”…
scudo e arma contro ogni possibile ipocrisia.
Così è l’arte di André Che Isse:
sincera e degna di visione e di ascolto…
quindi un fare dell’onestà,
quale manifestazione intangibile di verità e bellezza,
e ancor di più quando la misura del successo artistico
è un’aspirazione al tempo stesso enormemente coraggiosa
e sempre più difficile in una cultura fissata su vaghi parametri esteriori
come il mercato e le mode,
ma il nostro artista ci riesce,
avendo il talento dalla sua e la forza di essere sempre sé stesso.”
Gian Ruggero Manzoni
(dal Testo Critico per il Catalogo: LA LUCCICANZA D’ALMA; settembre 2025)
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“Nell’opera di André Che Isse è facile sentirsi come il funambolo Philippe Petit,
si cammina sopra una fune, sospesi nell’ebrezza del vasto operato di un artista,
in una sindrome di Stoccolma tra danza, pittura e poesia.
Nell’operato dell’artista ci si può perdere e ritrovarsi più volte data la vastità delle nozioni,
concetti ed informazioni che traspaiono dalle sue opere, il vissuto del poeta, pittore e danzatore
inevitabilmente ruota su se stesso cercando un rapporto che non divenga conflittuale,
quindi in un titolo si può incontrare una poesia e all’interno di essa una nozione storica, un neologismo,
un passo di danza, un’espressione algebrica.
Infatti non è semplice fare della versatilità una forza,
è facile ridondare nell’ esprimere un concetto utilizzando più linguaggi contemporaneamente,
allo stesso tempo è necessario provarci
soprattutto quando questa espressione fa parte di un percorso ricco e versatile,
che non si vuole lasciare fine a se stesso,
piuttosto condividerlo col prossimo,
cercando con la complessità di rendere la semplicità”
Giosuè Deriu
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”L’arte della danza e della pittura viaggiano all’unisono nell’immaginario di André Che Isse
che del culto del corpo e dello spirito ha fatto la sua missione.
Non esiste un momento di inizio, piuttosto un principio, un modus vivendi
che rappresenta il suo stare ed essere al mondo.
Un universo dove la comunicazione con il corpo, con il pensiero e con il segno è completo
fino a quando il movimento della mano passa dalla raffigurazione alla grafia.”
Melina Scalise
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