André Che Isse

pittore, danzatore, poeta

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Tag Archives: 2025

LÀ DOVE DANZA LA FELICITÀ per l’arte di André Che Isse di Gian Ruggero Manzoni

Galleria | Posted on settembre 23, 2025 by Che Isse


LÀ DOVE DANZA LA FELICITÀ
per l’arte di André Che Isse

di
Gian Ruggero Manzoni

*

“Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e
insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza
permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da
molto tempo sembrava morto, anche se non lo era ancora del tutto, si svegli, si animi ricevendo il
celeste nutrimento che gli è così recato. Un istante affrancato dall’ordine del tempo ha ricreato in
noi, perché lo si avverta, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo. […]

Quindi dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici,

sono gli affascinanti giardinieri che fanno fiorire la nostra anima. […]

La mia destinazione non è più un luogo, ma un nuovo modo di vedere.

Del resto il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre,

ma nell’avere nuovi occhi.”

(Marcel Proust)
*
“Dipingo per ‘miracolare’ la Bellezza.

Scrivo per l’imperiosità d’Essere.

Danzo per ostendere l’Esserci.”
(André Che Isse)
*
“L’arte in genere ha il potere di indirizzare la nostra umanità dove è più necessaria.”

(Gian Ruggero Manzoni)
*

Molti hanno descritto la danza come “poesia in movimento”.

Entrambe, poesia e danza, più la pittura,

possono essere pratiche molto personali e private,

qualcosa che aiuta a elaborare sé stessi, ad elaborare la propria storia,

per poi venire proposte anche in pubblico, qualora lo si reputi giusto,

in modo da risultare utili anche all’altrui investigazione inerente il proprio animo profondo.
Su una scala più ampia,

sia la danza sia la scrittura sia la pittura

sono perciò i modi in cui André cerca di dare un senso alla propria vita,

al prossimo, al mondo e al funzionamento dell’universo.
Oggi, come all’inizio del secolo scorso,

l’artista visivo e il poeta non sono più semplici collaboratori del coreografo

o di colui o colei che danza,

bensì il loro fare risulta “opera” anche a sé stante

e può venire collocata quale istallazione in uno spazio espositivo,

oppure può dare vita a una raccolta di poesie o a un racconto.

Più nulla quindi è disgiunto

allorquando si tende ad elevare il proprio spirito al di là di spazio e tempo.

Molto significativa, in questa dimensione dell’essere in arte,

la poesia titolata “La danza del pittore” di Nina De Angelis, giovane artista belga:

“Questo è ciò che avviene in officina, di fronte al foglio, attorno allo strumento.

Ecco cosa fa il corpo al servizio del dipinto: danza.

Si lascia abitare dal movimento, attraversato da una corrente

dalla rivolta alla pacificazione senza distinzione.

La danza sarà come una nota di intenti per il dipinto successivo.
Oltre la parola o l’idea

devi essere fermo e flessibile allo stesso tempo,

denso e danzante.
Lascia che il corpo ricordi ciò che ha imparato, lascia che il corpo suggerisca nuovi gesti.

La mano fa danzare l’utensile e l’inchiostro sulla superficie della carta.

La carta fa danzare l’inchiostro contro la superficie del pennello.

Un po’ più in alto una mano si lascia fare.

Un po’ più in alto ancora il resto del corpo impara a seguire il movimento che si inventa,

davanti a lui

quindi gli occhi si nutrono di scoperta e contrasto.

Ora puoi respirare”.

*
Per André Che Isse, pittore, danzatore, poeta,

il corpo viene spesso usato per descrivere la capacità di elevarsi dalle cosiddette genetiche di base,

come il camminare o il sedersi,

e a condurti in espressioni non utilitaristiche.

Del resto ciò che viene definito “comportamento sensato e pratico”

non offre con chiarezza l’idea che l’umanità sia in grado di possedere un potenziale strabiliante

in tutti gli ambiti dell’espressione, come invece ha.
L’arte può mostrarci in modo incontrovertibile

che siamo capaci di molto più di quanto avessimo mai immaginato,

e che quindi possiamo essere più di quanto avessimo mai creduto.

André dice, facendo il verso al grande filosofo francese Pierre Teilhard de Chardin,

che non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale,

bensì siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana.
Il “paradosso” di una disciplina umana come la danza è che facilita uno stato di trascendenza
attraverso un rigoroso affidamento a elementi molto pragmatici:

armonia psico-naturale e azione,
che peraltro sono le stesse virtù associate alla gestione della ricerca scientifica,

oppure componenti portanti molte vie di pensiero di matrice orientale.
Un altro filosofo e sociologo francese, Émile Durkheim, coniò il termine “homo duplex”

per descrivere le due colonne fondamentali che sostengono l’essere umano:

il profano e il sacro.

Egli credeva che noi usassimo la componente trascendentale, tipica del mondo religioso,

per tentare di elevarci e sacralizzare la nostra mente e il nostro corpo

così da eclissare, nel mistico, le tendenze e gli interessi definiti “bassi” in essi contenuti,

cioè quelle caratteristiche tipiche del profano… se non del “bestiale”.

Tale idea di “homo duplex” spesso la si ritrova anche in arte,

oltre che in ambito psicologico o meditativo,

in modo che praticando le discipline espressive si possa giungere a toccare,

se non a oltrepassare, i cosiddetti “cieli alchemici della virtù”,

in modo da poterci ricongiungere con “l’energia madre”… 

con la nostra origine… 

simbolo di purezza e di estrema felicità.
La danza, in tale processo,

risulta la quintessenza della riconciliazione tra corpo astrale ed energia dei primordi,

trasformando colui che la pratica in veicolo di trasmissione

dal “buio” del non sapere alla “luce” donata dalla piena consapevolezza di sé

e dalla completa conoscenza del cosmo che ci contiene, e che conteniamo.
Le dinamiche creative di André Che Isse si muovono su questa linea,

trasformando i linguaggi che pratica in un unicum che risulta ricettore di tutti gli opposti.

I suoi corpi ovalizzati dal ballo,

i suoi vasi,

le piante di papiro,

i fiori di loto,

sostenuti da una retroluminosità

che li rende levitanti dalla superficie che fa loro da sfondo,

quindi il canapo che dà risalto ai contorni delle forme o ne delinea le configurazioni,

si fondono con le poesie

e

con i “cartigli”

(una sorta di “alfabeto magico”)

da lui disegnati… 

simboli che dal suo corpo, su cui sono tatuati,

scivolano sulle tele,

rinforzando le sinergie e la interdisciplinarietà

che lega in toto la sua opera,

così da “rendere

familiare l’insolito,

e
insolito il familiare”,

come avrebbero potuto dire gli appartenenti al Movimento Formalista Russo
quali Vladimir Jakovlevič Propp, Viktor Borisovič Šklovskij e Vsevolod Vjačeslavovič.
Come ben sappiamo la radice greca di poesia significa “creatore”,

il che rende i poeti più che semplici artisti:

sono i primi cercatori di significato.

Mentre scrivono, codificano verità complesse in rigidi formati retorici,

ma senza necessariamente rifuggire dall’ambiguità.

Una poesia ben scritta esamina il mondo da vicino,

cercando di vederlo per la prima volta.

Tutto il resto

– la carica emotiva, il piacere lirico, persino il piacere intellettuale – 

è secondario.

Il poeta ungherese George Szirtes ha affermato:

“Nessuno legge una poesia per scoprire cosa succede nell’ultimo verso;

gli individui la leggono per l’esperienza di attraversarla”;

e così disse il poeta americano Stanley Jasspon Kunitz:

“Le poesie sono i racconti delle storie delle anime”… 

ed è appunto dell’anima di André Che Isse che stiamo parlando,

di quel suo investigarla, cullarla, liberarla,

rendendola inizio e fine (contemporaneamente) di ogni possibilità del fare;

inoltre di quel suo darle voce, immagine, movimento,

in una persistente connessione che induce da un lato all’intimità,

mentre, dall’altro, la pone in costante contatto con l’umanità intera,

come primo mezzo di comunicazione con i restanti,

per quindi renderla quale appartenenza al coro di coloro che ancora credono alla verità

e all’involucro che la contiene,

cioè la “mondata comprensione”… 

scudo e arma contro ogni possibile ipocrisia.
Così è l’arte di André Che Isse:

sincera e degna di visione e di ascolto… 

quindi un fare dell’onestà,
quale manifestazione intangibile di verità e bellezza,

e ancor di più quando la misura del successo artistico

è un’aspirazione al tempo stesso enormemente coraggiosa

e sempre più difficile in una cultura fissata su vaghi parametri esteriori

come il mercato e le mode,

ma il nostro artista ci riesce,
avendo il talento dalla sua e la forza di essere sempre sé stesso.
Del resto l’autenticità in ambito espressivo non è una questione di volontà,

o quale scelta morale tra onestà e disonestà,

bensì la capacità di dirsi eludendo artifici, trucchi, malizie,

in modo da affidarsi a doni quali l’immediata comprensione e la franchezza psicologica,

l’intuito e la capacità di analizzare i propri simili,

spogliandoli di strutture e sovrastrutture,

dando così immagine degli stessi nella loro forma primordiale

e

ponendosi

(quale completamento di un ciclo)

proprio nell’essenzialità dell’esistere,

in pieno recupero di semplicità,

fisicità realizzativa e perdurante

e
trasmissibile passione espressiva.

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