SARABANDA PER ESSERCI E BASTA
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più lentamente del tempo
mescere il giorno lungo l’ipotenusa dell’essere
ove l’incesso abbia la stessa misura increata
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André Che Isse
dal mio XXIX TOMO
su carta riciclata a copertina di cuoio nero rigenerato
il lusso di pensare con l’anima
il silenzio della pioggia prima della terra
equilibrano l’estasi esistentiva
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la curvatura tra l’attimo e l’eterno è l’ebbrezza dell’ala
così l’arco della bocca sorregge la via lattea!
e quando salgo i melograni i ginocchi fremono di stelle
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se la luna pensasse avrebbe il sapore dell’erba tagliata
quando arrovescio l’infinito m’adagio supino in un guscio di noce
così che l’abazia senza tetto come palla di vetro capovolta nevichi
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dal talamo la pioggia è sarabanda bachiana
il bizantismo del sole tra le persiane è sontuosa pavana elisabettiana
l’Esserci immoto sciente è passacaglia barocca per l’Essere
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André Che Isse
dall’albero nero sculsi i miei sandali scalzi
ora che espungo tutti i luoghi senza seità
rimane l’empirio da cui nacqui elettivo
perché conosco la curva ebra del fuoco
ove nacquero stelle per prime a scaturigine d’ipseità
come fili invisibili arrivati dalla luna
un punto di fuga rinascimentale cribrava l’attimo al singolo passo
tanto che il tempo apostatava dal mondo
così che dal guardo al futuro un palazzo d’argento mi camminasse l’anima
c’è una fragola sul querceto nudo
bastevole a riempire una stella nascente di giallo van gogh
allora ho costruito un capanno con la pelle del guardo
André Che Isse