LA NEVE CHE CADE DALLA LUNA NON HA PENSIERO

io goccio d’essere in nebbia cava come un crisostomo tra le lune

e la parola che mi attraversa la bocca come bacio di pensiero aurato
è quella che coltivo tra le labbra su alberi capovolti d’idee

se al giorno tolgo il narrabile rimango con angoli di bellezza dove ormeggiare comete

e quando le parole sono racemi di dèi e curva di fiori
posso inventare teleologie e albergarle dove ziqqurat raccolgono nubi da tasca

ognuno è punto di fuga per un dio ma bisogna guardarlo d’eterno negli occhi

e sapere esondarsi ebbri quanto nocchieri a ginocchi febei
perché si possa dall’orizzonte aurorale campeggiarne icario

fui mai pensato da un universo per accenderlo d’immenso?

perché la neve che cade dalla luna non ha pensiero!
lo ruba a chi nacque per inzafardarsi le gote d’amore

André Che Isse

L’ANGOLO DA CUI GUARDARE IL MONDO

poetare è prestigiare il mondo
sdaziandone verità per farci un bagno caldo

alchimiare dèi e raccogliersi come mele in un cesto

scegliere parole come baci che fanno stornare di tempo
lumeggiarle per caderci dentro come si cade in amore

e poi distendersi nel proprio pensiero come panni d’estate

quando mi alzo dai sogni ascolto i talloni che approdano vita
non conoscendo che l’ebbrezza del primo in essere sull’ipotenusa

se col gesso contorno i piedi posso farne giardini d’eterno

si tratterebbe soltanto di leggerti gli occhi come si stupiscono le nubi
riempirli di alberi per salirci a masticarti la nuca di sorpresa

e asserpolarsi d’amore

André Che Isse

ERBARIO DI FIATI

ebbro di pensiero a stelo lungo nella curva di bosone d’icario
e sempre più sedotto da una stampigliatura di gesti aurorali

dita di madonne tra pieghe barocche di gonna
quanto palmi d’arciere forieri di strali ulissidi

e il gomito di nijinsky che orizzonta il mondo e inventa l’angolo di dioniso
per custodire alberi di baci su cui salire a vedere dove cade il mare

perché l’ebbrezza scettrata delle labbra sono la vertigine dell’amore
bocche annodate di fiati affogate di mele

come fosse l’ultimo gesto di pollock in una tela di neve
come se i cerchi attergati di rembrandt fossero tropi dell’io

c’è un segreto nel cuore del cuore che ha la stessa materia del silenzio
ma è fuoco musicato in erbario dietro l’universo

André Che Isse

L’ACQUA LA BEVO A COLLO MA LA BIRRA IN CALICE

strade bianche come il bianco degli occhi
come se girando lo sguardo trovassimo davanti la vita e basta

ma quando gli occhi cadono nel sole tutto s’imbianca come una nevicata
e te ne stai innevato di gioia candente di solo pensieri abbacinato

le dissolvenze in bianco tra la polvere delle stelle forse erano già lì da prima
prima di avere sete ma non prima di desiderare di essere

forse non c’è nessun mistero ma c’è così tanto incanto da rimanerne intonsi
come fogli mai scritti prima delle parole ma dopo l’eterno

dopo i gesti con cui muovo le nubi dopo l’ebbrezza di sapermi arciere
quando i ginocchi hanno disegnato l’eclittica che tesso con fiato aedo

io sono la neve con le ali quella che imbianca di stupore gli dèi
il loro albume degli occhi allunati

André Che Isse

I DESIDERI HANNO TALLONI SCALZI

con la luna allacciata in bocca
le labbra davanti ai pensieri sul sesso dell’universo

ma c’è una curva nel desiderio dove i talloni non lasciano impronte
s’inscrive in un cerchio tracciato col bastone nella neve della nuca

e se la materia dei desideri ha i miei stessi ginocchi posso morderle il dorso
dopo aver nastrato la sua chioma col mio filodarianna ulisside

tutto accade quando disseppelliamo chi siamo
un’imbandigione d’ali su alberi icari

e ciò che nacque prima di nascere è foriero nel fiato delle idee
mentre nel fiato di dio la vita è unico desiderio

noi siamo la materia del desiderio di dio e i piedi nudi di ogni desiderio
l’uomo visto dalla luna è l’angelo desiderato dalle stelle

André Che Isse

L’ESTASI DELL’EBBREZZA

nel mio fiato allungo la curva dei fiori
su pavane d’intavolatura di nubi per viole a sette corde di spuma

sul limitare della bocca l’amore aspetta prometeo
crisostomo di baci senza mai staccarne l’ala dalle labbra

di giorno respiro pelle di luna che mi ubriaca la nuca del sole
mentre dietro la notte il sorriso di dioniso mi sdraia nel dorso l’universo

se m’incarno molecole di tempo sciamano sul parnaso ebbro dell’essere
posso tracannare giulebbe dall’otre ulisside dei venti

e quando bevo dopo i sogni è sempre fonte trovata nel deserto
immagina che ora sia il principio dei tuoi pensieri e nascerai adesso

sono un acrobata alchimista su filodarianna tirato prima del mondo
e all’altro capo le dita gnomoni dei miei pensieri ebbri

André Che Isse

I TASCAPANE DI DIONISO

alberi capovolti dalle gote d’oro per pettinare la chioma della neve

nuche d’argilla dove ormeggiare la bocca bramosa affogando di baci

stanze del vento per arcieri ulissidi ebbri allunati

serraglio di ginocchi nudi sciamani di gru per danzare labirinti prima della ruota

angolo di gomito scalzo custode di prima curva del mondo
 
filidarianna di fiato d’aedo in pieghe d’haiku su gonne di loto

canopi di pensiero pensile aurato icario

otium di mele narcise su dorsi di scriba per riempire l’oceano di orizzonti dove cade il mare

elegie d’albume di ciliegi per viole da gamba stilita

entelechia di nubi barocche in tazza raku

4 quanti d’amore per multiverso d’eterno

12 taccuini neri di neve

André Che Isse

ERGO EBBRO

sono il fiato lungo della notte
ipotenusa di sogni inverabili
scivolo per stelle luccicanti

sono un bacio eterno nel deserto
albero di baci che cresce capovolto
dove i pensieri sono le radici del sole

sono l’ebbrezza della neve dionisiaca
ala per dorsi allunati aggueffati d’amore
eiaculato d’icario increato

sono il gesto che mi guardò nascere
segreta di ginocchi scalzi
e quando principio una danza mi ubriaco di dio

André Che Isse

L’AEDO SU FILIDARIANNA

sui palmi la chioma dell’universo
mentre pettino i ginocchi del labirinto

ma se percorro i cerchi del dorso di rembrandt
il giorno cometa si fa coda alta di cavalli di febo

dove nevica l’amore a labbra scalze
madido di baci

ricoperto d’eterno come sciamani morosi di luna
nella camera del sonno dove un cortile cade dove finisce il mare

allungando le ombre degli atomi prima che finisca l’ebbrezza di nijinsky
prima di nascere albero per sempre

ecco che tra le dita e il cuore una piega d’angolo muliebre
solo un gesto per tessere la grazia che inventò gli dèi

André Che Isse

GINOCCHI DI GRU

acrobata sulla bellezza
per ali un cuore scalzo

il dorso della mano sul palmo come nido per ginocchi
un appoggio per salire il mondo

sull’esile stele solstiziale d’albume
nel calice fragile d’eterno

quando il volo sfrigola sul primo suono dell’universo
come pietra focaia sulla radiazione cosmica di fondo

coi ginocchi di dioniso come i miei di gru
pietre angolari di vascello dietro la luna

un palpebrare d’ali
nartece di nuche rosse

André Che Isse