QUANDO CAMMINO L’ARIA E’ GENTILE CON ME

la senti l’aria com’è gentile tra le curve?!
si fa attraversare come ginocchi d’eroe
e il sole nel mio scudo è diafano d’oro di risa

non la senti ancora illeggiadrirti brigantino sulle gote?!
non sai forse dei fiori che non si vede l’odoroso tra le nari?!
l’aere esisteva prima del volo e mai ti chiese le ali

io non saprei arrivare alla luna senza la sua seta ebbra
e non saprei attraversare la tua bocca vermiglia d’amore
oh con quale equilibrio sull’aria si spiega il fuoco!

così che come creta di vasaio ho materiato aere danzando!
e le mie dita infilate nel miele non sarebbero che vele
quando il tuo passo nell’aria mi viene incontro alato

André Che Isse

SCIENT’IGNUDO SCALZO DANZANTE

quando danzo è sempre il primo giorno del mondo
e sui palmi transustanzia scalzo l’esser mio

nel cerchio delle braccia nacque il sogno di luna gialla
e la curva del sole dall’arco di piede distese l’eterno nel guardo

non è cosa fare ma raccogliere frutte con gli stessi ginocchi di sole!
con gli steli cresciuti d’amore a sepali d’ali scettrati

I’m a poet
e quando cammino l’aria è gentile con me

vedo la pelle delle nubi danzare mute d’albume le idee
insegnando sapersi

ho inventato il primo giorno del mondo in un giorno qualunque
proprio mentre il pensiero attraversava nudo il fiato

André Che Isse

IL FRINIRE D’ETERNO

se mi ascolto essere mi viene la pelle d’eterno
mentre apro in due l’istante suggendone il frinire

siamo già tutto in nuce filidarianna aggueffati prima di nascere il mondo
prima di giungere al mondo infilati nell’aria come danzatore allo specchio

c’è da ubriacarsi a guardarsi negli occhi l’eterno
nulla ha fine quando siamo scient’ignudi scalzi danzanti

qui nel giardino d’estate le cicale smatassano la pelle di ciò che saremo
ora soltanto madido nudo di frinire

ma una matita gialla tra le dita di un piede levato non cadrà sulla luna
scriverà invece la tua chioma nel dorso d’eterno amoroso

da un gesto gentile nacque una danza quella stessa che inventò il mondo
e i polsini bianchi abbottonati da dita di pizzo

André Che Isse

VELE DI VENE

qual’è la forma del mondo che fermeresti per sempre?
quale felicità merita di soffiare il flauto di pifferaio per cadere il mondo?

ma sono così d’incanto le nubi che mutano l’istante!
e il loro silenzio non è forse la velocità della luce nel cuore?!

non c’è da fermare il mondo ma la vita non nostra!
quella forma di vita che non entra nella sua forma dell’anima

edificare sul cuore è l’unico palazzo che può non tarpare le nubi
è l’ala di stella tra i bracci di fuoco!

ecco perché vivo dietro la luna dove l’aria nelle stanze scorre come vene
un vascello più antico del mondo dove calzare il coturno d’auriga nudo

col gesto pantocratore a sanguigna che fa arrossire l’albume di nubi
che meraviglia che non si possa fermare l’eterno!

André Che Isse

IL NARTECE DEL CUORE

posso abbottonarmi camicie come salissi sui draghi
pedalare nella pioggia di seta estiva serrata madido di foresta equatoriale
ma il mio tallone di luna danza l’ebbrezza di gigli d’albume

ho visto le tue braccia sottili salire le stelle come filidarianna
la luce del gesto più veloce del sole
e quel tuo sorriso gentileterno che fa gola alla mia transverberazione

così che la notte nereggi pettinando la tua chioma
così che la notte si perda le stelle nei tuoi occhi
tanto che nel pozzo dove cadono le lune sedimenti il rosso del cuore

posso bere a collo le nubi
cenare con proust a patate gialle di delft
ma mi fermo a guardarti

André Che Isse

GLI ALBERI NON SOGNANO

ho inventato querceti in cui si rifugia il silenzio
e il pensiero si sfoglia come un cuore al sole

la luce tra i rami non corre si appoggia come lenzuola d’estate
e si materia miele per amare di giorno

ma quanti fiori crescono nei tuoi occhi!
e profumano le dita che bendano il guardo nel suo desiderio

dita come rami che s’allungano nel dorso per albergare la notte
per eternare la veglia sugli alberi dorati di stella

e allora cadere nella notte sarà come amarti per sempre
e alzando le ali nel sole baciarti di miele

se dall’altra parte dell’universo mirassero la Terra
vedrebbero solo dita dorate di amanti sugli alberi

André Che Isse

ERBARIO DI UN GIORNO QUALUNQUE

entro ed esco dalle parole come le dita nel miele
ah il profumo dell’erba tagliata in giardini di deliquio smeraldino!
come amo lunghe le gonne che baciano caviglie di pesca sottili

se solo potessi sentire garrire la Terra con nari di stella!
mentre le labbra che s’affogano di baci perdono l’universo in meriggi estivi
ma come annodasti la tua coda alla mia per entrare nella luna!

che incanto la vita d’uomo ebbropartorito di sé!
questo mio pensiero che può tutto quello che mi fu scritto prima del mondo
e non furon gli dèi a inventarmi danzare ma le dita nel miele

ho ancora nelle tasche la notte che m’abbaruffa la chioma di sesso
le pieghe barocche dei fiori nel dorso tatuato di mele
e il mio quaderno nero aedo manoscritto di neve nello zaino

André Che Isse

LA CURVA DI GINOCCHI DIETRO ANGOLI DI GOCCE

la prossima volta che cadrà la pioggia sdraiati tra le gocce
e ascolta negli spazi vuoti perché lì danzerai madidoeterno

c’è una strada nell’aria asciutta tra le gocce che libera le ali
non è già più del mondo ma della stessa grazia di fiori scalzi

quando la pioggia sfrigola nel tuo silenzio transustanziandolo
non è forse come disossare cupide molecole civilizzate?!

eccomi dunque torso ebbro per pensiero chiomoso di sole
sopra ginocchi di pioggia curvati dietro angoli di gocce

voglio bagnarmi d’idee perpendicolari per curvarle come pioggia
e infilare i gomiti dove l’acqua è salata d’amore

per questo ho costruito un capanno nudo dove cadono le nubi
ma se tolgo tutte le gocce da una giornata di pioggia rimane la forma dell’amore

André Che Isse

TESORIERE DI MULTIVERSO EBBRO

odo i palmi aggallarmi in essere come mille ali gemmate di fuoco
per raccogliere dorsi di stelle da alberi rubino increati

i giorni dell’universo si praticano in metri da sarta per curvare il pensiero
così che misurando la pelle delle nubi io possa vestirmi d’idee arcate

per sempre ulisside arciere che muove i talloni di fiori come strali di poiesi
per sempre il fiato perpendicolare al filodarianna intessuto sul proprio dna

e mi piace togliere il narrabile per danzare scalzo l’eclittica sull’ipotenusa aurorale
quando il gesto divenne scriba per raccontarne il mondo

io conosco lo stame di luccicanza stuporoso che taglia la molecola del sole
ostensorio di tutte le trame ebbre possibili

ma poi rimango in giardino scettrato di meriggio estivo
ascoltando le risa diafane di luna tralucermi silenti d’eterno

André Che Isse

LA PELLE DELL’ESTASI

bastevole il mio guardo alla luna per sentirmi immortale
assiso come luce nel pensiero
ogni giorno alzando l’iridi ebbre la bellezza m’incarna d’albume argentato

così entrai nella pelle dell’estasi come meriggio estivo d’eterno
dai raggi eiaculanti giallo van gogh
quando per mano dioniso m’addusse al diafano adamantino

la ricerca distese l’orgasmo ai confini dell’essere
non per conflagrarmi ma tessere il filodarianna apicale d’idee
così da edificarne danza ai ginocchi crisostomi

c’è un binario prima del mondo dello stesso bosone d’icario
ci appoggio il dorso per vedere le stelle svestire le nubi
tanto che sarò supergigante rossa per un guardo d’amore

André Che Isse