La Danza degli A.CHEI.
fotografata da Rosario Santimone
novembre 2017
“I’m a dancer like a nude bird
kouros ebro di nero schiniere tersicoreo tatuato”
André Che Isse
il tempo è una curva
dove mettersi seduti e mirare il mondo per mille battiti di ciglia
ma se palpebro così lentamente da mettere in piano la discesa
è possibile ascoltare la radiazione cosmica di fondo e convitare scalzi gli dèi
nel cerchio di neve dove raccolgo tutte le pieghe del barocco
il raggio segmento su cui albergarsi è talamo di ulisse
così che destandomi nel giorno trovi l’angolo curvato dal guardo
dove tra i battiti d’iride si segga nudo l’eterno
allora posso contare con le dita i pensieri fino all’ultima stella di fuoco
quando il limine dietro l’universo sia vestigio di primo calcagno ardente
se sai chi sei sai inventare la sola strada che fu scritta prima del mondo per te
oh con quale felicità scopro tra gl’infiniti che sono tempo curvato sciente dall’essere!
André Che Isse
lancio molecole come dadi
mi sorridono sui palmi un attimo prima di tornare stelle
e non rincaso mai senza allocchirmi di luna
di madido piumaggio emotivo dorato
come posso rimanere sospeso scalzo su fiori di tallone blu oltremare?
solo il passo eterno cade in bocca salmodiato icario!
mi lascio attraversare da neutrini gaudiosi prima d’annodarli d’iridi
quando per entrare nel giorno gli sfrigolo la mia pelle addosso
allora danzo!
ma non di moto proprio,come olio primigenio su pensiero innevato
ove vestigia riempite di sole trabocchino se stesse
come aseità inzafardata stella
André Che Isse
non ci accorgiamo di scolpire l’aria camminando
di rubarle l’antro diafano con passi accidentali
ma come posso ordinare le molecole per nome?
intanto le conto nel mio passo ebroicario!
e m’indio dentro colonne di pioggia barocca madido di higgs
siamo materiati di stelle e se le ascoltiamo sapremo dove andare
ecco allora che mi raccolgo le ali per l’arco di ulisse
strale di dioniso che trapassi dodici lune dietro l’universo del guardo
stambura o musa le mie gesta mute! a chi nelle tasche ha cuore di stella
perch’io possa abitarmi i ginocchi d’arciere allunati curvando infiniti di sole
così che come un lionardo io misuri eclittiche di volo con dima di gomiti
su cui filodarianna sdipani il giorno che sale sui cedri a riveder le lune diurne
André Che Isse
io creo e vendemmio ebbrezza
con voce gentile e urla di pietre aurorali eclissate
ho raschiato la notte col dorso del pennello come rembrandt le pupille dell’olio
e dietro la luna frombolo ciliegi da cui nasceranno vermiglie le gote nei baci
vorrei essere coppiere prima che io nasca per guardare il pensiero in bocca
ma incarniamo l’eterno in un battito d’iride soltanto
la commozione è l’oro del poeta
ed io mi nevico addosso di sole
così che torri d’albergare stelle su muri gialli proustiani s’inalberino
come potrebbero aranceti coltivarsi a idee
voglio essere coppiere alla tavola delle idee trovate
quelle che il giorno dopo il guardo sia un poco più eterno
André Che Isse
straripo d’ebbrezza scalzo su mèssi gaudiose
madido esondante estatico nudo agli otri ulissidi
e conflagro in commozioni di festa inopinate
come se la vita m’apparisse di prima volta nel suo svelamento più fausto
ho lavorato due secoli per togliere il narrabile dalle pietre
e ora ne tracanno il riso perenne del sole
un altipiano ove raccogliere racemi di nubi ubriache in decubito dorsale
come se il mio braccio disteso attraversasse la materia oscura col guardo soltanto
affinché il taglio degli occhi sia sentiero su cui cammini la luna
fuori dal mondo per danzarci dentro sul serio come Alice nel pozzo
eccomi allora ipseità lunisolare scettrato
e nulla sarà più alato di goccia che da guscio s’apra foglio precordiale arso
André Che Isse
voglio trovare una pozzanghera nel sole
ove cattivare le nubi sull’acqua per camminarci dentro
voglio approfittare della mia vita per contare tutte le stelle
sniffarle la notte ubriaco di luna e ricominciare da zero +1
quando distendo le braccia una gru giapponese apre le ali
e la spuma del pensiero si asserpola ai ginocchi icosaedri
quando danzo la pelle del silenzio mi sfrigola addosso radiazione cosmica di fondo
mentre curvo lo spazio come arciere aurorale aurato
voglio farmi attraversare di sapere come una transverberazione dionisiaca
entrare ed uscire dalle molecole come sciamano scalzo sui miei talloni nudi
e invaligiare le lune dove hai camminato
per portare con me sempre i passi dell’amore
André Che Isse
il mio braccio disteso arriva un palmo più in là dei sogni
senza muovere il sole dalla pelle
il tuo nastro tra i capelli è un desiderio rubato a una cometa
più che mille palazzi d’oro
mentre miro dove cade il mare poeto il fiato sul tuo collo giapponese
lo mordo nella sabbia un momento prima che tu ci metta la nuca
non sai che nei miei ginocchi ci sono i tuoi passi sulla luna
così che danzando le dita nel miele sappiano di stella
t’amo come il guardo che creduto buio per sempre rinasca blu di cielo
e di quelle braccia d’arciere ne ho fatto ala il dorso
mille tessuti d’aria ho annodato col silenzio del sole
per rivestirti l’interno dei baci con l’impero della grazia
André Che Isse
cammino così lentamente da poter sognare
e spesso non faccio nulla tranne che vivere davvero
mi piace farmi attraversare dalle idee come sassi piatti sull’acqua
e ora ti alzerai come in ogni giorno con le tue gote di acero rosso
ancora nell’angolo della bocca uno scampolo di notte
e ancora non sai che il tuo odore sulla mia ala ha inventato il volo
vorrei conoscere solo il sapore della luna diurna e riempirmi le tasche di sole
tanto che maturi il grano da solo nell’oro delle parole
e poi sedermi nel segreto del cuore per albeggiare ebro
la prima volta che ti ho vista dormire dentro la notte avrei voluto rubarti la bocca
con le tue labbra avrei baciato il sole nel dorso
e poi ci saremmo baciati d’eterno ritorno dove fioriscono i ciliegi
André Che Isse
mi sono seduto tra le gocce di neve a ginocchi conserti
e ho rivoltato le tasche dal tempo per stivarle di tuoi girotondi
quando m’infilo tra le gocce da quello spazio asciutto
posso affogarmi nella neve del tuo guardo per sempre
le balze della tua gonna torno il mio desiderio
mi tengono la geometria di roccaforti fluttuanti
sorte nell’oro del tuo moto ninfale
per approdarmi ancora nel fiato della cupidità vermiglia
e mentre lei rideva lui ora sapeva come ridono i fiori
infilati nella commessura dei baci come testata d’angolo
ecco come avanzo nel giorno su talloni d’arciere mirandoti il riso
quando ti accorgesti le righe di sole nel dorso mentre le pettinavi
André Che Isse