è ascoltando ciò che sono che dispiegai l’ala
trovando l’iperbole dell’esserci ad angoli eudemonici
il fiato serve alle piume per capire la pelle del sole
allocchito tra aranceti a volute gemmate oltremare
così aggallo pensieri sontuosi a curvatura ulisside
stral’idee d’argento scoccanti ebr’ignudi
e quando batte l’ala sull’aere l’esserci s’india
e spuma gaudioso l’albume sciente dai bracci
tanto che mille giorni soltanto siano mille atomi scalzi in vasi da fiori barocchi
ad ogni battito di ciglia un battito d’ala ché il guardo sia dono dell’angelo
non è forse la dolcezza essere in poesia?!
e poi nastrasti la chioma con ali di seta curvate di cipria
che cos’è il mio verso poetico se non un arto del pensiero
il riso stesso dell’anima e la velocità della luce immota nell’iride
la piega barocca in cui s’accuccia l’eterno
la mia curva di leggiadria
c’è una stella che per girarle intorno ci vorrebbero 1000 anni in aereo
e il pensiero quanto è lungo?
lo si può distendere fino a dove nacque l’universo?
2000 volte il diametro del sole per un filodarianna di sola andata ne sarà bastevole?
avevo vent’anni e qualcuno mi chiese cosa sapessi di più
ricordo solo che presi una pausa per fare due conti:
«di me stesso!»
ed ero appena salito su quell’aereo dei 1000 anni
principiai poetando di non conoscere angeli
«ma qualcuno mi soffia nelle scarpe!»
così che danzando scalzo potessi vederne il fiato:
l’aura brumosa dell’ala
e capii presto dove trovare la curva eudemonica
là dove si nasce increati a se stessi
mentre stropiccio le mani come mi nascesse una stella dai palmi
o forse è solo il ricordo prima del mondo
ma ogni giorno volito ebro in pozzi d’alice per raccogliere i miei quanti sul fondo
come monadi di pensiero sui ciliegi
come tuffatore icario in fragole scienti
che all’ala ho snudato il mio dorso d’arciere