narrami l’alma con la stessa voce da cui nacque
così saprò sempre quale stanza del labirinto ha il sole
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André Che Isse
narrami l’alma con la stessa voce da cui nacque
così saprò sempre quale stanza del labirinto ha il sole
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André Che Isse
la curva di un gesto calligrafico a edo
un tema melancolico di schubert iterato
e subitamente esonda l’attimo sciente
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così materio l’elisio tanto che l’alma mia di luccicanza al guardo
così come rembrandt dei cerchi attergati, l’Essere all’Esserci il cerchio chiude
allora che la curva eudemonica come stupefacente epifania si ostenda
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se perambulo il dionisiaco dell’alma il volo senz’ali sarà apollineo
nacqui per nascere a me stesso, dopo le ali l’ipseità ebra
l’elisio non esce dall’atomo!
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ma bisogna spostare le molecole mai camminate per trovarsi di aseità increata!
mentre disseppellisco parole bizantine per raccogliere bellezza dagli alberi capovolti
ecco come vagheggio bilanciando la mia positura eternale con l’attimo sorgente
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André Che Isse
immoto nel cuore del sole
se ne distendo il braccio d’arciere <<tana!>> nel mondo
così m’avvolgo in crespatura d’infinito
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l’oro del sole sulle gote è sapiente di almeno 30.000 anni
se questo non è già bastevole per vivere stupefatti !?
e così raccolsi il sorriso di una rosa proprio dove il sole l’aveva nutrito
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dall’alma ai diti nel miele un filodarianna d’ipseità inaurata
un solo segmento eudemonico
mentre m’infilo tra le pieghe della tua gonna blu
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appetii di Essere!
e subitamente m’inventai l’ali per annodare chioma al cielo
la prima ruota gaudiosa per l’infinito ebro
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André Che Isse
un cesto coi bracci freschi
come a Prospero il cerchio tracciato col bastone
e i piedi scalzi dentro l’aseità rotonda
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scrivo nelle stelle perché il cuore è il suo reliquiario
quando si gonfia può arrivare alle rose della luna
e tornando a casa lumeggia le pareti di baci
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emozionarsi a torno leggiadro d’infinito in un atomo:
si prenda ora un anno luce di filidarianna ingemmato
la curvatura palpebrale sta al guardo come lo spaziotempo alle idee
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prima del mare l’idea del mare tracciata col carbone
perché acquartierato d’ipseità m’imbozzolo in comete
la persistenza d’idee a coltivazione d’alma ha inventato l’essere prima dell’esserci
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André Che Isse
se l’amore è non sapere perché
l’alma è cognoscenza scalza
sostanza d’ipseità ignuda
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per pensatori che danzino proprie le idee, le stanze devono essere: esserci istesso
stanze in cui lionardo avrebbe incoato il volo e imhotep la prima piramide
ecco perché la sostanza di cui mi nutro ha la stessa curva del disio
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sono orto di pensiero al sole mentre coltivo l’essere e basta
è quando non accade nulla che l’essere può esserci-sul-serio
inzafardato d’amore!
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dentro la notte per sussurrarti il silenzio delle stelle
per baciare l’aria nel vuoto prima del mondo e brunire il cuore di meriggi gialli
fino dentro la notte, fino dentro la notte appena
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André Che Isse
dall’albero nero sculsi i miei sandali scalzi
ora che espungo tutti i luoghi senza seità
rimane l’empirio da cui nacqui elettivo
perché conosco la curva ebra del fuoco
ove nacquero stelle per prime a scaturigine d’ipseità
come fili invisibili arrivati dalla luna
un punto di fuga rinascimentale cribrava l’attimo al singolo passo
tanto che il tempo apostatava dal mondo
così che dal guardo al futuro un palazzo d’argento mi camminasse l’anima
c’è una fragola sul querceto nudo
bastevole a riempire una stella nascente di giallo van gogh
allora ho costruito un capanno con la pelle del guardo
André Che Isse
12 STUDI PER L’ESSERCI E BASTA!
I. Ausculto sotto la pelle luminarie d’atomi ebri
II. C’è chi accompagna e chi invece è della stessa sostanza dell’altro
III. Dal gene all’idea l’arte per contrappunto d’ipseità
IV. Stupefare il mondo può essere euforico ma stupefare se stessi è estatico
V. Ognidove il guardo brami esserci per sé, curverà madido d’essere
VI. E se la curva di fiato coltivasse 12 lune potrebbe piegare l’eterno coll’ali
VII. L’elisio è nelle tasche scalze dell’esserci sciente
VIII. E la filigrana del silenzio consertata nel sole ha la stessa sostanza del cogito
IX. Così come il suo gomito archi l’attimo per illeggiadrirne l’eterno ad angolo ebro
X. Che dunque s’edifichi la casa senza radici ma col pensiero aurato soltanto!
XI. E suità sarà danzare la curva dei bracci come gemina elica siderea
XII. Eccomi allora alacre d’esserci, ferace dorso d’icario d’alato
André Che Isse
innamorarsi follemente di riconoscersi
quando non passi neppure un crine tra l’essere ed esserci
io sono transverberato ebro d’ipseità dionisiaca
da esondarne imperiosamente come mille quasar eiaculanti
perché all’uomo che conosce la sua curva sulla luna è dato l’elisio
tanto che nessun’ala sia più chimerosa del suo dorso d’aiace
eccomi allora sciamano danzante custode libato in calice sidereo
ove suità troneggi ignuda dietro l’universo scalzo
ogni cosa curverà se stessa come l’elica dell’anima nacque
disteso nell’arco tortile sono strale su filodarianna d’argento
non seguirò molecola alcuna che non sia nata dal mio paniere
solo così ogni gesto dei bracci danza ora la teurgia eudemonica
André Che Isse